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Intervista a tre Chef in Camicia: quando la cucina si fa social

Jennifer Courson Guerra
12 settembre 2016

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Tre giovani ragazzi, Nicolò, Luca e Andrea, hanno trasformato una passione in un business di successo. Se ne sentono tante di storie come queste, ma raramente in un ramo così tradizionale come quello della cucina. Gli “Chef in Camicia” – questo, il nome della loro start up – portano una ventata di aria fresca nel mondo della ristorazione, tanto che hanno chiuso nel cassetto la solita divisa da cuoco per indossare…la camicia!
Dalla gavetta nei ristoranti in giro per il mondo, fino alla conquista dei social: ci siamo fatti raccontare da Nicolò la storia che si nasconde dietro a “Chef in Camicia”, che ogni mercoledì ingolosirà le pagine di Luuk Magazine con un’esclusiva videoricetta.

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Nicolò, Luca e Andrea, tre amici e un sogno. Da quanto vi conoscete? Com’è nata l’idea di Chef in Camicia?
Nel dicembre 2014 io (Nicolò) e Luca abbiamo avuto un incontro fortunato. All’epoca avevamo entrambi un lavoro diverso, ma la nostra passione era la cucina. Una sera ci siamo detti: “Perché non ci mettiamo insieme e cominciamo a fare qualche cenetta privata?”. Poi abbiamo incluso nel progetto anche Andrea, altro nostro amico di infanzia, che conosciamo da quando abbiamo 6 anni e che lavora come chef professionista. Abbiamo cominciato con piccole cenette ed eventi, per poi accettare lavori da aziende sempre più grandi e sempre più strutturate, spostandoci più sul catering: così nel maggio del 2015 abbiamo creato la nostra società, “Chef in Camicia”.

Da un’amicizia a un lavoro?
Sì, da un’amicizia nata sui banchi di scuola ad un lavoro vero e proprio, che all’inizio era nato come extra e invece poi è diventato il nostro core business. Io me ne occupo full time, mentre Luca e Andrea per ora fanno anche altro.

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Qual è il vostro background?
Per quanto riguarda me, sono laureato in Economia. Ho cominciato lavorando in una società di real estate, poi mi sono trasferito in Australia. Lì si è consacrata la mia passione per la cucina, quando ho lavorato in un ristorante internazionale a Sidney e ho imparato a lavorare in cucina in modo “professionale”. Quando sono tornato in Italia ho avuto la fortuna di cominciare una start up con degli amici che si occupava di e-commerce di prodotti enogastronomici. Con quest’esperienza ho potuto cimentarmi non solo nella cucina, ma anche nell’organizzazione degli eventi, e ho iniziato a capire di voler fare l’imprenditore. Con questo background abbiamo creato “Chef in camicia”, mettendo insieme la mia esperienza imprenditoriale, l’esperienza di Andrea come cuoco professionista e quella di Luca, che lavora in un’agenzia immobiliare ed è molto bravo nelle relazioni pubbliche.

Avete scelto un nuovo modo di essere chef, chef che non indossano più la tradizionale divisa, ma la camicia. Perché questa scelta?
Il nome nasce proprio dal nostro background. Il padre di Luca ha un’azienda di camicie e da lì, ecco lo spunto: perché non provare a modificare l’idea dietro la figura dello chef? Sai, quell’idea un po’ snob e altezzosa. Noi volevamo una cucina alla portata di tutti e per tutti. Così abbiamo pensato all’indumento maschile più classico, quello dell’uomo che va al lavoro tutti i giorni: la camicia. Questo chef in camicia porta una ventata d’aria fresca, una cucina giovane, internazionale, senza troppi preconcetti o complicazioni. Abbiamo dato un approccio personale al mondo del food, pur rispettando la semplicità delle persone.

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Una cucina più vicina alle persone dunque?
Sì, seppur con un approccio molto internazionale. Ognuno di noi è stato contaminato da viaggi ed esperienze di vita diverse. Usiamo anche ingredienti particolari, ma sempre in maniera accessibile e aperta a tutti.

Chi si rivolge ad uno chef in camicia? Quali sono i vostri clienti?
Quello che ci piace fare di più è la cena privata, anche con un alto numero di persone: ci piace fare ricerca, curare ogni dettaglio, creare un menù ad hoc, magari con l’abbinamento del vino giusto. Abbiamo molti clienti di questo tipo, ma la maggior parte del nostro business è fatto da aziende, soprattutto del ramo della moda e del design, che ci chiamano per inaugurazioni di boutique e eventi speciali.

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Non vi occupate di cucina solo “offline”, ma anche “online” con le video-ricette da un minuto, come quelle ora disponibili ogni mercoledì su Luuk Magazine. Pensate che la tecnologia sia il futuro del cibo?
Non credo che la tecnologia sia il futuro del cibo, ma il cibo, come tutte le cose, evolve. Pensiamo che la cucina non sia mai stata viva come adesso: i giovani hanno voglia di imparare e cimentarsi e i media che in questo momento danno la possibilità di conoscere la cucina sono pensati per una generazione diversa. Abbiamo voluto creare questo format in linea con le tendenze, soprattutto americane, per offrire un approccio alla cucina più giovane, più nuovo: in un minuto ti insegno una ricetta, ogni giorno ti propongo un appuntamento fisso. E devo dire che ha funzionato: a maggio avevamo mille utenti nella nostra commmunity, ad oggi siamo più di 200 mila. Così abbiamo proposto alle aziende di utilizzare questo format come nuovo tipo di pubblicità. Non più un semplice spot, ma un video che possa contenere dei prodotti commerciali, ma che ti insegni anche qualcosa.


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