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Kairouan la santa

Carla Diamanti
31 Ottobre 2019

Il tramonto a Kairouan ha le sfumature del rosso e dell’indaco e l’aria che risuona del richiamo alla preghiera. Un momento magico per sentire tutta l’atmosfera mistica della quarta città santa dell’Islam. Il richiamo del muezzin rimbalza dal minareto della Grande Moschea fino a quelli di ogni altro luogo di preghiera, fino a ricoprire la città come una sorta di invisibile velo incantato. Trattengo il fiato, mi guardo attorno, mi lascio invadere da questo momento magico. Poi mi immergo nei vicoli della medina, dove la vita continua oltre le sfumature e le preghiere che assomigliano a una musica. Nelle botteghe, i colori dei tappeti artigianali rubano la scena al cielo e catturano il mio sguardo. Quelli più belli vengono tessuti proprio qui, nascono sui telai e finiscono esposti fra ceramiche, incorniciati fra i profili di legno e calce che separano le botteghe. Dipinti di tela disegnati da fili intrecciati con motivi che raccontano storie di tribù e di villaggi, soprattutto della terra in cui nascono. Un venditore mi invita ad assaggiare un makhroud preparato con semola e ripieno di datteri. È la nostra specialità, madame, mi dice sorridente. Lo accetto e ricambio il sorriso: un altro momento che porterò con me prima di proseguire il viaggio.

Oltre Kairouan la santa mi aspetta il ricordo dell’antica Roma, piantata ancora a Sbeitla con un arco di trionfo e tre templi del Campidoglio che hanno attraversato i secoli quasi indenni. Il sapore del makhroud lascia il posto a un gusto di casa, con un lieve fremito d’orgoglio. Dura poco, mi guardo attorno, cammino nel passato colorato dal presente. Una strana piacevole sensazione di contaminazione, di arricchimento, di sovrapposizioni, di convivenze, di visioni che solo gli incontri e gli intrecci riescono a dare. Ne voglio ancora, dunque punto verso sud. Ma non sono pronta e quando arrivo a destinazione il cuore sussulta per un attimo davanti alla sorpresa. El Djem emerge dal deserto all’improvviso, superba come solo sa fare chi è consapevole della propria bellezza e della vittoria contro il tempo e contro le sfide. Il Colosseo d’Africa, mi dicono i locali.

Perché, rispondo io. Perché paragonare, trovare un riferimento? Non serve per apprezzare, per stupirsi, per riflettere, per capire che i ponti non hanno bisogno di superare un corso d’acqua per unire due sponde.

 

 

 



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