Leggere insieme

La bambina di ghiaccio e altre fiabe

Marina Petruzio
19 Ottobre 2019

La bambina di ghiaccio e altre fiabe”, tredici tra brevi e brevissime e in coda la fragile bambina, è un libro dal formato tascabile scritto nel 2006 dall’allora ventenne Mila Pavićevic, croata, che si aggiudicò così, qualche anno dopo, il Premio dell’Unione Europea per la Letteratura. Oggi viene pubblicato da Camelozampa nella collana I peli di gatto, e mai nome di collana fu più azzeccato per fiabe come queste.

Che di fiabe si tratti non c’è dubbio e definirle moderne ne ridurrebbe la cifra magica che permane nelle ambientazioni e nei personaggi, che qui però non hanno il carattere di un tempo: i nani non sono quegli esseri socievoli e operosi che tutti conoscono; i sovrani non regnano in un regno ma in una repubblica e, a ben vedere, non sono neppure sovrani ma statisti e il castello nel quale vivono gli appartiene sì, ma solo per la lunghezza del loro mandato; la regina è una first lady e le fate possono essere mezzo-cattive e mezzo-buone e così via. Ciò di cui si tratta sta in quello spazio non sempre visibile tra il possibile e l’impossibile, si dondola tra il reale e il soprannaturale e, con un salto, si arriva nelle terre del surreale. E lì sta con il gatto Auror, nero come la notte, la coda serpe e il manto punteggiato da stelle luminose.

Nel leggere due sono le considerazioni che avanzano spontanee: che mai nome di collana fu più azzeccato, come già detto, per questo surreale dove le scarpe bianche sono ancora di moda, e che neppure altra mano avrebbe potuto illustrare, fissare sul foglio, ciò che entra ed esce da un mondo all’altro sino a confondere linguaggi e mani.

Un ovale interrompe il disegno di una tappezzeria a piccoli fiori e foglie un po’ scolorita, ingiallita dal tempo. La cornice ha una lavorazione a piccole perle come un prezioso cameo, un tenda verde di foglie come alghe fluttuanti, delicati rampicanti e leggermente infestanti lo riempiono, seducenti, invitanti. Il bambino dei pesci e la sua amica bambina sono arrivati sino lì guidati da una mano che, con molto allenamento, li muove senza scatto alcuno. È il bambino, con la sua cintura di sonanti pesciolini blu, che scosta quella coltre verde, il gatto illuminato farà il resto.

Le illustrazioni di Daniela Iride Murgia sono preziose come uno sbalzo a cesello o un incisione a bulino. Come un orafo procede e aggiunge all’immagine finale raffinati particolari, arricchisce di un cercine soffice di bacche e foglie la sommità del capo della papera d’oro per reggere in perfetto equilibrio un’esile piantana base di chissà quale candelabro, preziosa alzatina o fregio architettonico, ornata di riccioli e foglie ottocenteschi. Sulla sommità un uovo, perfetto, sebbene nero, vergato, lo immaginiamo d’oro. Nel triangolo immaginario – che va dall’uovo alla piccola casa tradizionale chiusa nell’elegante voliera posta sull’ala, aperta, della papera e il piccolo Hans, nano dalla personalità differente – è racchiusa la fiaba, quella della papera d’oro, bene inestimabile e unico del piccolo Hans che la custodisce lontana da tutti, in una casa serrata, inespugnabile per ammirarla e amarla come la cosa più cara. L’antica chiave trilobata che Hans regge dietro la schiena mai potrà far scattare la piccola serratura ornata come un portale bizantino posta sul cuore, gioiello al collo della bella papera.

E così procede il libro, ad ogni racconto un’illustrazione giocata su qualche simbolo e molto immaginario, rigorosamente in bianco e nero come nella migliore tradizione che attinge da Doré.

Tra vagoni volanti, elefanti indiani con portantine cariche di grossi edifici solidi, antichi, cavalli-adulti mezzo uomo e mezzo cavallo in marsina e tuba e bambini con giganti teste di cavallo calate sulla testa come sacchetti o maschere di cartapesta a scoprire solo esili gambette, mulini senza vento come macchine dal sapore leonardesco e siepi costellate come di frutti luminosi, piccole lucciole o stelle o i riflessi sulla rugiada di quando un tempo i fiumi erano ancora intessuti di fili d’argento e non c’erano uomini ma solo cavalli-uomini e cavalli-bambini. Così procedendo si giunge alla bambina di ghiaccio che non poteva guardare il sole e amava la neve. Poggiata su un picco di ghiaccio che ricorda un orso, in mano un grande fiocco di neve, nel suo bel vestito a ricami colorati il copricapo cilindrico con un lungo e pesante velo a riparare dal freddo. Bianca nell’incarnato, bella come il ghiaccio. In un regno piccolo e sconosciuto dove viveva un principino giovane, onesto e bello come il sole. Come quel sole che lei amava guardare ma per poco ogni giorno perché le faceva male. E comunque è stato troppo tempo fa!

 

 

La bambina di ghiaccio e altre fiabe
testo di Mila Pavićević
illustrazioni di Daniela Iride Murgia
traduzione Elisa Copetti
collana I peli di gatto
edito Camelozampa
€12,90
età di lettura: per tutti