Leggere insieme

La buca

Marina Petruzio
22 Febbraio 2020

La Buca”, con testo e illustrazioni di Emma Adbåge, una delle più promettenti illustratrici svedesi del momento, arriva per la prima volta in Italia con Camelozampa, tradotto da Samanta K. Milton Knowles. Ha una cover polverosa, color della terra quando secca e smossa si polverizza e in pulviscolo copre tutti gli altri colori, dando loro una dominante greige. Insomma quel colore, terrorizzante per gli adulti, di chi ha giocato fuori tutto il giorno e rientrando, e solo oltrepassando la soglia, si ritrova un pochino stanco, un poco infreddolito, un tantino secco e completamente beigino di terra arida. Quella che si rovescerà sul tappeto del bagno ma che prima le scarpe avranno lasciato in frammenti sul pavimento del salotto.

La buca è un non luogo che diventa tanti luoghi diversi in contemporanea. Un posto dietro la palestra di scuola, nel giardino dove – non si sa come non si sa perché – qualcuno ha sottratto un bel po’ terra lasciando appunto una buca.

Ora che sia buca, come in questo caso, o collinetta, il posto chiama. Chiama il centro che è il primo posto da andare a vedere perché magari chissà cosa c’è dentro, cosa vi si trova, che colore ha, forse un buco. E poi l’intorno con le pareti in qualche punto si sbriciolano, i buchi lasciati da tronchi, rami e rametti che spuntano, radici che fluttuano in un’ aria forse troppo frizzante per loro. Sassi. E cosa fa l’infanzia davanti a una buca? Innanzitutto la nomina che così la buca diventa un posto, è la buca e il luogo per eccellenza con i suoi colori e tutte quelle cose che diventano altro, si trasformano, diventano altri luoghi come in un nuovo quartiere ma naturale, come la radice che è per tutti la Grande Radice. E come in tutti i quartieri che si rispettino ognuno ha le sue attività preferite a cui tornare appena possibile, di corsa, come scavare in quel punto di fango giallo per vedere dove arriva, se cambia colore, cosa c’è sotto. Ma anche per stare lì a scavare e basta che è bellissimo. Come fa Vibeke. E così passa l’intervallo e il tempo libero. Ai grandi, agli adulti, con la bocca serrata e il naso tirato segno di altissima contrarietà, a loro la buca non piace. Chissà perchè. Perché è pericolosa e si sa che quando il baricentro è un po’ più alto la terra sembra troppo profonda, piena di insidie. Allora meglio che i piccoli tornino a cigolare sulle altalene, a giocare con palloni sgonfi, ma al sicuro. Ma l’infanzia non cigola e non si ferma, gioca dove più può inventare, dove qualcosa muove l’occhio, provoca le gambe, eccita lo spirito: allora se non è la Buca il Bordo andrà benissimo e se poi qualche adulto negligente non sgombera terra, terriccio e gli avanzi assortiti dalla malvagia colmatura della buca ecco che allora anche un Mucchio sarà perfetto!

È l’infanzia inarrestabile, pulsante, la puoi chiudere – metaforicamente – fuori dalla porta e lei entra dalla finestra, salta giù e risale su, è dappertutto, riempie spazi in un continuo lavorio di mani, gambe, braccia, bocca e suoni. E questo è La Buca, movimento. Ci sono bambini dappertutto. Si dondolano, si arrampicano, corrono a perdifiato giù per le discese, cappucci e braccia slanciate indietro o scivolano sulle ginocchia. Aggiustano, raccolgono, spezzano, strappano, scavano,adattano, scivolano, scavalcano, trasportano, si rotolano, spenzolano ma non possono stare lì a cigolare. E poi guardano. L’adulto sì, lo osservano, ascoltano, origliando anche, e se non sono d’accordo Noi stringiamo le labbra e ci giriamo dall’altra parte, invincibili, tutti per uno ,uno per tutti. E sul più bello a loro generalmente, scappa la cacca.

La Buca, libro, è anche il posto dove ritrovarsi, rivedersi, scovarsi, accorgersi di somigliare. L’infanzia disegnata senza seguire uno solo dei canoni accademici è più infanzia qui che altrove. La si ritrova in tutto il suo spirito, con il carattere di una giornata fresca di aria, vitalizzante e brutta come solo l’infanzia sa essere con quelle somatiche in evoluzione, oggi in un modo domani in un altro, tra un po’ meglio o forse chissà, peggio. A proprio modo comunque e sempre. E così Emma AdBåge li propone: con i capelli troppi dritti e sottili per essere così lunghi, le orecchie che sporgono, i pantaloni che si abbassano lasciando scoperto il sedere perché corti di cavallo – ma erano di tuo fratello e per andare a scuola anche se sono un po’ piccoli vanno bene – vestiti in qualche modo. Chi con gli occhiali, i capelli rossi e quelli che non si saprebbe da che parte cominciare volendo proprio pettinarli – manie da grandi. Le antiscivolo in classe e poi guanti e cappellini per uscire ma nessun cappotto: felpe e pullover grandi, da grandi o troppo grandi. Occhi troppo vicini, nasi che diverranno, orecchie sempre grandi. E poi chi sta seduto sulla sedia, chi invece vi si accovaccia, chi una gamba su e una giù, chi una se la abbraccia e l’altra la dondola. Chi dorme in classe con la testa riversa all’indietro e la bocca spalancata, chi sdraiato sul banco stropicciando tutti gli occhiali. Poi c’è quello a cui si slacciano sempre le bretelle ma pare che sua mamma non voglia accorgersi che le salopette sono solo belle da vedere, piacciono solo a lei, ma scomode cose in cui muoversi – infanzia che sopporta. E c’è sempre chi tempera le matite al banco dei materiali, occhi al cielo e naso contrariato. Ecco da quel naso all’infanzia a volte esce sangue e l’ha sulla felpa, sulle mani, appiccicato in viso; la soluzione è fermarlo con un moccolo di cotone che penderà dalla narice per tutto il giorno ed è sempre un fenomeno curioso. Più albi così per tutti.

 

La buca
testo e illustrazioni di Emma Adbåge
traduzione Samanta K. Milton Knowles
edito Camelozampa
€15
età di lettura: per tutti