Letteratura

La lingua della solidarietà

Virginia Francesca Grassi
28 ottobre 2012

L’ incontro-scontro tra realtà distanti come due continenti: un tema antico e moderno, che trova la sua essenza nella natura stessa dell’essere umano e, forse proprio per questo, non smette mai di essere attuale.
A maggior ragione in un paese come la Francia in cui le problematiche legate all’immigrazione sono particolarmente sentite, tangibili ogni giorno, tra le fermate della metro parigina e i selciati delle vie di campagna. E all’attualità fanno riferimento anche i romanzieri: si ispira infatti ad una vicenda autobiografica il nuovo romanzo di Laurence Cossé che, dopo il successo di “La libreria del buon romanzo”, torna in Italia grazie ad E/O con “Mandorle amare”.
Edith, francese, sposata, famiglia felice a seguito, traduce romanzi e occasionalmente fa l’interprete. La sua vita scorre serena – un po’ troppo patinata, a dir la verità – accompagnata da una passione divenuta professione. Finché un giorno scopre che la sessantenne marocchina che lavora in casa sua come domestica non sa scrivere né leggere. Fiera, legnosa, un po’ scorbutica, Falida si ritrova esclusa irrimediabilmente da un mondo di simboli che non può interpretare: non sa leggere l’estratto conto della banca, non sa usare il bancomat, il cellulare, la metropolitana. Tre matrimoni falliti, cinque figli che la lasciano da parte, ma all’occorrenza sanno sempre farsi vivi per chiederle del denaro sono solo alcuni degli indizi di un drammatico passato alle spalle.
Edith è una donna raffinata, di cultura, progressista, una femminista di mondo se così si può dire; il suo innato senso di giustizia – innato forse perché è nata dalla parte giusta del Mondo – non le permette di rimanere una semplice spettatrice. Dopo qualche titubanza decide di improvvisarsi insegnante. Ad attendere maestra e allieva un percorso tortuoso e inaspettato, che si snoda tra i fondamenti della lingua e quelli del pensiero, tra come prendere in mano una penna e aprire il cuore e la mente a ciò che è altro da noi.
Una narrazione essenziale e delicata, talvolta addirittura laconica, fatta di pause e tentennamenti, riprese e inclinazioni. Il risultato è un tranche de vie realistico, spesso disarmante, dolceamaro come le mandorle, appunto. E se da una parte una certa vena di buonismo politically correct può frenare i lettori più disinvolti, dall’altra è encomiabile da parte dell’autrice l’essersi saggiamente allontanata dagli stereotipi del caso, primo tra tutti il patetismo nei confronti di un personaggio la cui solitudine ispira di certo solidarietà, ma allo stesso tempo un asciutto rispetto.

 

Virginia Grassi

 

“Mandorle amare” di Laurence Cossé, edizioni E/O, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, pp. 167.


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