Cultura

La prima ballerina della Scala si racconta: Nicoletta Manni, una vita per la danza

Emanuela Beretta
23 Dicembre 2019

Si chiama Nicoletta Manni la prima ballerina del Teatro alla Scala. Classe 1991, sul palcoscenico incanta e travolge, di persona conquista con il suo sorriso timido e dolce, i modi riservati e sempre gentili, dietro cui svela pian piano un carattere forte e determinato, un’anima appassionata e una forza di volontà ferrea.

Nicoletta si diploma all’Accademia Teatro alla Scala e, per tre stagioni, lavora allo Staatsballett di Berlino; nel 2013 entra a far parte del Corpo di Ballo del Piermarini, mentre l’anno successivo arriva l’ambito titolo di prima ballerina e riceve il premio come migliore danzatore dell’anno. Dopo numerose tournée teatrali partecipa a diverse edizioni di Bolle and Friends e a Danza con Me. A dicembre è sul palco scaligero come interprete principale di Sylvia insieme a Marco Agostino. L’abbiamo intervistata e ci ha raccontato il dietro le quinte della sua vita di ballerina.

Che bambina era Nicoletta?
Ero una bimba vivace, ma introversa, soprattutto determinata a realizzare il suo sogno: diventare una ballerina. Sono cresciuta a Santa Barbara, in provincia di Lecce: è un luogo davvero meraviglioso, che mi ha regalato un’infanzia felice e piena. Oggi, nonostante viva da parecchi anni a Milano e viaggi spesso in giro per il mondo, rimango molto legata alla mia terra che per me resterà sempre casa, il luogo della famiglia e degli affetti. Ancora oggi riconosco il suo profumo ad ogni mio ritorno.

Che cos’è per te la danza?
La danza è perfezione e scuola di vita: ti insegna disciplina e rigore, mette alla prova la tua volontà e ti spinge a volare sempre più in alto. Ma non si raggiunge mai davvero la perfezione, e questo non è affatto un limite, anzi: è la spinta che ci permette di sognare e di lavorare strenuamente per raggiungere i nostri obiettivi.

Che cosa significa essere prima ballerina alla Scala?
Certo, quando vai in scena come prima ballerina del Teatro alla Scala il pubblico si aspetta una performance all’altezza del ruolo, e non è sempre facile gestire la responsabilità di un titolo così impegnativo. Sicuramente è una grande gratificazione per i tanti sacrifici e il duro lavoro che ho svolto nel corso degli anni. Ma mi piace considerare questa qualifica come un punto di partenza e non di arrivo: un danzatore non deve mai fermarsi, non smette mai di imparare.

Quale è il tuo stato d’animo prima di entrare in scena?
È un momento davvero magico, un condensato di emozioni che riassume tutto il lavoro, la fatica, gli ostacoli e le gioie della preparazione di ciascuno spettacolo. In questo tumulto però devo essere calma, razionale, per potermi concentrare e dare il massimo. In scena tutto sparisce e mi godo le meravigliose sensazioni della danza, che sono la vera essenza della mia professione.

A che cosa si deve rinunciare per diventare una ballerina? Ci sono dei rimpianti?
Il fatto è che nel mio lavoro non smetti mai di essere “ballerina”: ogni scelta è motivata dalla danza, da una necessità fisica e intima. L’inizio del mio percorso è stato sicuramente entusiasmante: ero di fronte al cambiamento, a una vita nuova e soprattutto stavo finalmente realizzando il mio sogno. Ma ero pur sempre una bambina che si trasferiva lontano da casa: perdere i punti di riferimento di sempre, vivere in un convitto, frequentare l’accademia – non è sempre stato facile. Però la determinazione, la passione e la voglia di arrivare sono sempre stati talmente forti da farmi superare ogni momento di difficoltà. E poi ho avuto una grande fortuna: ho avuto la mia famiglia ad aiutarmi e supportarmi sempre.

Che cosa comporta condividere la scena e la vita con il proprio partner?
È un grande privilegio avere accanto la persona che amo e poter condividere con lui anche il lavoro. Ballare con Timofej (Timofej Andrijashenko, ndr) mi regala sensazioni meravigliose, ed è sempre un momento fatto d’amore, fiducia, bellezza e verità. A volte, come tutte le coppie, litighiamo, ma la scena ci unisce sempre.

Qual è il personaggio che senti più vicino al tuo carattere?
Devo dire che con il tempo ho imparato ad amare profondamente personaggi che credevo lontani da quella che sono; ma in generale ho sempre amato le donne forti, di carattere, ma che nascondono un lato romantico e fragile – Tatiana in Onegin e Kitri nel Don Chisciotte, ad esempio.

Cosa vuol dire ballare con Roberto Bolle?
Roberto è un artista unico, un partner d’eccellenza: gentile, premuroso, presente, è una sicurezza essere tra le sue braccia. È un grande esempio e un punto di riferimento per ogni ballerino, oltre che un amico. Io gli devo molto.

La danza spesso appare come un mondo lontano e dorato. Come la si potrebbe avvicinare al grande pubblico?
Credo che la televisione oggi rappresenti il mezzo più potente ed efficace per mostrare e divulgare al grande pubblico, soprattutto quello più giovane, questo nostro meraviglioso mondo della danza. Roberto in questo senso sta facendo un lavoro splendido con i suoi Bolle & Friends, Danza con Me e On Dance. Oggi in Italia il settore della danza sta attraversando un periodo di crisi,  è un vero peccato: non dimentichiamo che molte delle  più grandi ballerine e dei più grandi ballerini sono stati e sono italiani.

 

Ph Credits: Brescia/Amisano