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La violenza sugli uomini? Esiste, persino quella sessuale

Alessia Laudati
21 Maggio 2019

Si parla di femminicidio, ma la violenza sugli uomini? La cultura in molti casi ci ride sopra oppure la ignora. Invece bisognerebbe cominciare a parlarne in termini specifici

 

Il caso di Giuseppe Morgante, sfregiato dall’acido da parte di Sara Del Mastro, una sua ex frequentazione che lo perseguitava da sei mesi dopo la fine della loro breve storia, lo ha sottolineato con forza: la violenza sui maschi da parte delle donne esiste, e va legittimata.

Una premessa, in questo caso, è però doverosa. C’è un nodo critico oggi nel dibattito pubblico, ed è quello sollevato da chi generalizza, sostenendo che “maschicidio” e “femminicidio” siano sinonimi interscambiabili, mettendo sullo stesso identico piano due fenomeni di per sé differenti, con radici e sviluppi diversi: violenza di genere femminile e violenza di genere maschile.

Oggi grazie ai movimenti femministi sappiamo quanto sia purtroppo facile per determinati soggetti identificare le donne e i loro corpi come un qualcosa di cui poter disporre secondo i propri sentimenti e tendenze di odio, sopraffazione e violenza. È un retroterra fatto di mille sfaccettature e retaggio di secoli di patriarcato, che ha contorni sempre più chiari da contrastare con misure – legali in primis, ma anche culturali – adeguate. L’altro lato della medaglia è invece quello della violenza sugli uomini. Un fenomeno, esistente sì, ma che troppo spesso viene utilizzato in modo strumentale come leva per depotenziare il dramma dei femminicidi – anche se i numeri parlano chiaro e i due fenomeni hanno una portata differente.

Lasciando perdere per un attimo gli aspetti gerarchici di questo modo di pensare, che riproducono un’eterna lotta tra uomini e donne, tra chi deve conquistarsi il titolo di “vero allarme sociale”, è anche vero che del clima culturale che frena gli uomini dal denunciare comportamenti di questo tipo, si parla pochissimo. E quando lo si fa, sono più le risate che le parole di solidarietà.

Lo abbiamo visto con il caso della presunta violenza sessuale da parte di Asia Argento su Jimmy Bennett, sul quale – pur non esistendo ancora una verità giudiziaria ma solo un tribunale da talk show – si sono scatenati i comportamenti e le ironie di chi pensa che la violenza sui maschi da parte delle donne sia anche solo concettualmente impossibile da perpetuarsi. Ecco allora un fioccare di Tweet, risatine, prese in giro, scetticismo. Ma recenti studi ci dicono che le violenze, persino di tipo sessuale, avvengono. E che quindi è opportuno sfidare la cultura superficiale di chi nega a priori fenomeni di questo tipo. Specialmente se la cronaca ce li sbatte in viso violentemente, come nel caso dell’aggressione con acido.

Il pregiudizio vuole che un uomo non possa essere vittima di violenza perché la sua dominanza fisica non lo permetterebbe. E anche qualora ciò avvenisse, sarebbe una dolorosa testimonianza di scarsa virilità, difficile da ammettere o da denunciare. L’Istituto di Terapia Cognitivo Comportamentale A.T. Beck ha pubblicato sul suo sito una riflessione importante su questo tema, sostenendo, a partire dalla propria esperienza terapeutica e citando alcuni studi specialistici, che spesso durante l’abuso sessuale la presenza di erezione venga sempre considerata dall’abusante, dalla vittima stessa, dal sistema giudiziario e dalla comunità medica come un indicatore di consenso all’atto sessuale e di vissuto positivo nei confronti dell’esperienza erotica.

Nel 2012 Pasquale Giuseppe Macrì, docente di medicina legale presso l’Università di Siena, ha analizzato in uno studio un campione di 1.058 volontari, tutti maschi e maggiorenni, d’età compresa tra i 18 ed i 70 anni, scoprendo che quasi 1 un intervistato su 5 nel corso della propria vita avrebbe subito almeno una violenza sessuale da parte di una donna.

Perché quindi non se ne parla in questi termini? Come mai si fa prevalere costantemente, in privato e in pubblico, una dimensione istintuale rispetto a tematiche di questo tipo, rinsaldando proprio quello spazio gonfio di tabù sulla mascolinità ed ereditati da anni di cultura dominante? Una prima ragione risiede senza dubbio nel fatto che gli uomini hanno di sovente paura di non essere creduti e forse temono che su di loro si scatenino gli insulti più beceri se solo osassero differenziarsi da questo modello. Viene in mente un immaginario molto radicato, dove la mascolinità è una gabbia dorata ma nemmeno troppo, e dove l’inferiorità fisica e psichica, anche se vissuta in maniera sporadica, semplicemente non è ammessa.

Nonostante ciò qualcosa negli ultimi anni sta cambiando. Sia in Italia, dove Maschile Plurale è un esempio della ridiscussione pubblica sulla mascolinità tossica, sia all’estero, con l’esteso movimento White Ribbon, nascono sempre più associazioni e gruppi di autoconsapevolezza maschili, che provano a contrastare tutti questi pregiudizi inquinanti delle relazioni tra i generi. Ed è solo l’inizio.



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