Arte

L’autunno si tinge di modernità: Vimercati, Kobe e Mass

staff
27 ottobre 2012

La stagione autunnale spalanca scenari artistici inediti alla comprensione dell’estetica moderna e contemporanea. Fondamentali sotto questo profilo sono due esposizioni indubbiamente eterogenee, ma accomunate da una sensibilità intrinsecamente avveniristica, anticipatrice di istanze culturali proiettate integralmente in un utopico tempo futuro.

La prima mostra di cui ci accingiamo a offrire testimonianza è  l’esposizione “Franco Vimercati. Tutte le cose emergono dal nulla”, aperta al pubblico fino al 19 novembre presso il veneziano Palazzo Fortuny. La grande mostra personale dedicata a Franco Vimercati (1940-2001) è senz’altro la più esaustiva per la conoscenza di questo artista ispirato dalla musa della fotografia, mezzo espressivo d’elezione della sua produzione. Il progetto intende mostrare la creatività del fotografo inquadrando i suoi lavori nell’ampia sperimentazione condotta dagli anni Settanta fino alla sua improvvisa  scomparsa, verificatasi nel 2001. Assimilata l’esperienza di grandi fotografi quali Diane Arbus, Lee Friedlander, Robert Frank, Vimercati si sente vicino soprattutto ad August Sander: come lui è sostanzialmente un contemplativo, interessato a concentrarsi su un unico soggetto, facendo proprie le esperienze concettuali e minimaliste. La sua fotografia rivela uno spaccato della Weltanschauung postmoderna: serialità, disgregazione dei linguaggi tradizionali, intimismo poetico, rinuncia alla bellezza; il tutto, o meglio il nulla che ne rimane, inserito in una dimensione lirica di cui l’artista conserva il primato. Vimercati sentenziò infatti: “A me interessava che scoccasse la fotografia, non mi interessava leggere l’oggetto, ma assistere ogni volta a questo miracolo”.

Dal portento fotografico possiamo passare a quello pittorico e ad un’arte di installazione: il primo è oggetto di “dystown”, prima personale italiana dell’autore tedesco Martin Kobe, la seconda è presentata nell’esposizione “Black Mass”, anch’essa prima personale italiana, dell’artista canadese Jason Gringler, entrambe ospitate presso la milanese Brand New Gallery sino al 3 novembre.

“dystown” raccoglie i frutti degli ultimi due anni di lavoro del pittore, qui operante come un artista figurativo intimamente colpito dal fascino della disciplina architettonica. Uomo nato durante la Repubblica Democratica Tedesca, esprime efficacemente il ruolo dirimente esercitato dalla pianificazione urbana socialista nell’immaginazione collettiva della società ex-comunista: tale feconda ossessione è coniugata con raffinatezza a una miriade di richiami storico-artistici che spaziano da Piranesi alla Bauhaus, passando per diversi stimoli utopisti d’impianto futurista (si veda in particolare Antonio Sant’Elia).
I rigidi spazi geometrici si alternano a punti di fuga eterei e ad immagini visionarie e senza tempo per fondare una nuova metafisica culminante in pennellate e raschiature di colore capaci di edificare mondi nuovi.
Alla novità ed allo sperimentalismo si ispira anche l’estetica astratta e minimalista di Jason Gringler, deciso a rivelare allo spettatore le componenti più inquietanti ed ambigue del nostro tempo.

“Black Mass”, ideata appositamente per gli spazi della Brand New Gallery, si compone di una monumentale installazione site-specific da parete intitolata “Untitled (Biography/Second Version)”. Il titolo fatuo e impersonale, unito alla sua configurazione materiale, rappresentata da una griglia di specchi frammentati formanti alternanze geometriche continue, raccoglie ed insieme proietta l’ombra cupa che si estende sulle metropoli.

Le tenebre del nichilismo, del caos e della violenza, fisica ma ancor più spirituale, sono raffigurate con estrema durezza. Le tematiche ed i colori plumbei riportano a Vimercati. Emerge dunque il collegamento fra gli artisti presentati; emerge ancor di più l’articolazione proteiforme dell’arte moderna.

Luca Siniscalco


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