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Le aurore boreali, spettacolo della notte polare

Carla Diamanti
22 novembre 2018

Flatey è uno dei segreti meglio conservati d’Islanda. Cento anime durante l’estate, meno di dieci in inverno. A renderla così speciale (se mai ci fosse bisogno) è la distanza e la difficoltà a raggiungerla. Così, le sue case colorate e tutte costruite nello stile caratteristico del posto, anzi di quando il posto godeva di una grande prosperità economica dovuta alla pesca, sono allo stesso tempo dimore private e attrattiva principale. Non c’è molto altro da fare: i pochi turisti che arrivano fanno il giro dell’isola e poi rallentano e si fermano per godersi la sensazione di abbandonarsi al nulla. Non è una sensazione strana per l’Islanda.

Basta allontanarsi dal circuito più classico e più frequentato, nei dintorni di Reykjavik e verso est, dove geyser e ghiacciai richiamano la maggior parte dei visitatori, per ritrovarsi da soli davanti alla maestosità della natura.

Si lascia scoprire anche d’inverno, quando la notte si allunga e la temperatura diminuisce. È il momento dell’aurora boreale, del buio irreale, del nord che sembra sempre più lontano e isolato. Quassù, oltre il consueto, seguo la strada che costeggia i fiordi dove d’estate arrivano le balene. Mi porta fino all’estremità della grande isola di ghiaccio. La mia meta è proprio lì, ed è il villaggio più settentrionale d’Islanda. Si chiama Siglufjordur e, come Flatey, è un minuscolo grappolo di case colorate per interrompere il buio. I villaggi si assomigliano, silenziosi e vuoti. Disposti attorno al porto, unico contatto con il mondo e con la vita: qui arriva il pesce, qui viene trasformato e da qui parte lontano. Dietro la finestra della mia camera, rivestita di legno a tinte pastello, guardo le barche pigre che aspettano l’ora migliore. O forse, chissà, la stagione giusta. Per la quale bisogna ancora aspettare tanti altri lunghi mesi. Il calore dell’interno induce alla pigrizia e alla lettura, ma oltre i vetri l’Islanda invernale è un richiamo troppo forte. Mi copro bene, indosso un cappello di lana pesante, guanti e scarponi e parto fra le case colorate e con il naso all’insù, sperando di avvistare il magico nastro verde dell’aurora boreale.

 

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