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L’odore di Damasco

Carla Diamanti
12 Dicembre 2019

Nel suq della città vecchia c’erano centinaia di profumi: quelli delle spezie e del caffè, quelli del gelsomino e dell’acqua di rose. Quelli del tè alla menta, bevuto a due passi dalla Grande Moschea in compagnia dei cantastorie.

 

Mi ricordo l’odore di Damasco. Un odore che cambiava di continuo, che si muoveva con me, che mi indicava in quale punto della città mi trovassi. Un odore che diventava inebriante o pungente, che attirava o che respingeva. Che seguiva la mia geometria urbana e mi accompagnava, di viaggio in viaggio.

A ogni ritorno, il mio punto di partenza cambiava di poco: ci si affeziona alle zone, ai quartieri, alle vetrine, alle luci. Agli odori. Sul vialone che mi portava verso il cuore della città vecchia, racchiuso fra le mura, protetto dalla statua di Saladino e dai minareti della Gande Moschea, l’odore era quello delle auto. Tante, in coda, con le luci accese e i motori che sputavano nell’aria i loro miasmi. Un odore di benzina bruciata, di attese snervanti, di moto incessante. Mi accompagnava fino alla prima pausa, che invece profumava di legno come i soffitti intarsiati che ogni volta entravo a guardare anche solo per un momento. Nella vecchia stazione erano passate generazioni di pellegrini e di viandanti. Poi lettori o avventori, per un libro o per un tè nei vagoni storici lasciati lì a raccontare un passato imperiale e straniero.

Quando le auto si fermavano cominciavano le mura, come una barriera ai suoni, alle luci, alle lamiere, ai ritmi accelerati. Oltre la porta del suq al Hamidiyyeh si abbassavano le luci, sparivano i motori, la vita rallentava. L’odore cambiava. Prima indefinito, un groviglio inestricabile che saliva per il naso e arrivava al cervello, che cercava di decriptare. C’era tutto eppure non riuscivo a riconoscere niente, perché nel primo tratto del suq la vista e l’udito rubavano il posto all’olfatto. C’erano i richiami dei venditori di sigarette, di biglietti della lotteria, di succo di tamarindo. C’erano i battitori di gelato artigianale dietro le vetrine di Bakhdash, la mia prima tappa, sempre. Seduta fra la gente nella sala di marmo e specchi gustavo la crema bianchissima e partivo dal gusto per rincorrere il primo odore. Pistacchio. Ha un odore il pistacchio? Nella crema gelata battuta a mano, per un attimo mi sembrava di sì.

Oltre la Grande Moschea l’olfatto tornava all’assalto. Gelsomino! Arrivava dai corridoi che portavano verso le sale dei caffè nascoste alla vista e mi sollevava facendomi volteggiare come in un mulinello, mi portava lontano, mi ispirava racconti, mi suscitava visioni, storie. Fiabe, piuttosto. Copriva persino il profumo di rose, leggero e delicato, che i profumieri del suq mi invitavano a provare. Non ti piace? E questo? Ce n’erano a centinaia, di profumi. Nelle minuscole boccette di vetro le essenze erano pronte per essere mescolate e trasformate nei cocktail più noti: bastava dire il nome e il naso sopraffino del venditore ricostruiva le fragranze più note.

Accanto alla moschea l’odore era più acre. C’erano le spezie e avrei potuto arrivarci con gli occhi bendati, se pure avessi dimenticato la strada. Sacchi di summaco, rosso e aspro come il limone, di za’atar profumato di timo e sesamo, di boccioli di rose. Di cardamomo, così intenso. Dietro arrivava il budello dei venditori di caffè, con cui il cardamomo si sarebbe mescolato per creare una bevanda dal profumo intenso come il gusto. Accanto, l’antico bagno turco profumava di sapone di Aleppo, di vapore, di pulito. Alle spalle della moschea, invece, ci si ritrovava per ascoltare il cantastorie. L’ultimo erede di una tradizione lunghissima, che da solo continuava a mantenere in vita, vestito con i pantaloni a sbuffo e il fez di feltro. Ci davamo appuntamento per seguire i suoi racconti sceneggiati, per farci trascinare dai suoi gesti, per entrare in una bolla temporale che non avrebbe potuto esistere altrove, mentre sorseggiavamo un bicchierino di tè caldo. Rigorosamente profumato alla menta, naturalmente.

Damasco, sei nel mio cuore.