Musica

L’Olandese Volante ovvero Wagner ai primordi

Eva Marti
11 marzo 2013

Fra tutte le opere di Richard Wagner, “Der fliegende Hollaender” è probabilmente una delle meno amate e rappresentate. Viene facile situarla fra i lavori giovanili e meno densi del compositore, se la si paragona ai capolavori della tetralogia o a “Tristan und Isolde”. In realtà “L’olandese volante” è forse la prima opera che presenta, seppur in forma embrionale, tutti i caratteri musicali e drammaturgici del teatro musicale wagneriano.
Elaborata nei primissimi anni ’40, l’opera va in scena per la prima volta nel 1843 al teatro di corte di Dresda, di cui Wagner era direttore musicale. Nonostante il grande successo riscosso da “Rienzi”, il suo precedente lavoro, “l’olandese” non impressiona più di tanto il pubblico dell’epoca, che rimane disorientato dall’impianto dell’opera. Seppure apparentemente Wagner non si discosti dalla struttura tradizionale operistica, fatta di “numeri chiusi”, categorie vocali standard e cori caratteristici, il lavoro presenta allo stesso tempo molti caratteri di novità, che fanno intuire l’evoluzione che il teatro wagneriano subirà nei decenni seguenti. Vi è già l’uso dei cosiddetti “motivi di reminescenza” che ritornano ciclicamente caratterizzando determinati personaggi e stati d’animo.

Questa tecnica garantisce all’opera una notevole unità, affidando alla musica e al sostrato orchestrale, più che all’azione, il compito di esprimere lo stato d’animo dei protagonisti. Inoltre, Wagner decide di discostarsi dall’ambientazione storica, tipica del “grand-opèra”, il genere più in voga all’epoca. Per la prima volta egli sceglie consapevolmente un soggetto mitico, che colora con elementi soprannaturali e inquietanti le vicende più strettamente realistiche. L’affidarsi alla dimensione leggendaria permette a Wagner di trascendere gli aspetti più materiali dell’intreccio e di sondare l’interiorità dei suoi personaggi, che acquisiscono così spessore eroico.
L’allestimento in scena fino al 15 Marzo alla Scala di Milano, in coproduzione con Zurigo e Oslo, vede il concorso di maestranze squisitamente tedesche: la regia di Andreas Homoki, le scene e i costumi di Wolfgang Gussmann e la direzione di Hartmuth Haenchen. Fra i cantanti spiccano i nomi di Bryn Terfel, nei panni del protagonista, Anja Kampe nel ruolo di Senta e Klaus Florian Vogt come Erik.

Questa produzione suscita più di una perplessità, soprattutto per quanto riguarda l’allestimento scenico, che si discosta dall’ambientazione nordica e tempestosa indicata dall’autore, per approdare in un poco definito interno borghese nell’epoca coloniale di fine Ottocento. In più di un momento si creano così discrepanze fra i contenuti del libretto e della partitura musicale e ciò che il pubblico è costretto a vedere sul palco. Convincente Terfel come marinaio dannato, parte che richiede un abile uso del declamato wagneriano, sia dal punto di vista scenico che vocale. Anche il resto del cast, fra cui spicca per maestria vocale il tenore Klaus Florian Vogt, è alquanto soddisfacente.

Eva Marti


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