Volo a vista

Mani mani mani

staff
18 gennaio 2012

“Ha superato la dimensione rassicurante di trattamento estetico. Si è trasformata in un fenomeno di costume, dilagante quanto uno tsunami o un blob alieno. Racconta delle donne molto più di uno studio di sociologia: la manicure.

Quando ero piccola fuori dalla Francia al massimo la mamma andava a “farsi le mani”, e sottolineo che ci andava, per l’appunto, la mamma; al di sotto della non precisata età da mamma andavamo tutte fiere di mangiucchiarci ossessivamente le unghie, e lo smalto era merce esotica che non trovava collocazione nei nostri beauty case Naj Oleari (sì, sono milanese, sì, ho attraversato la corrente paninara del tardo novecento e ne sono uscita indenne…).

Nessuno sa identificare con precisione il momento del cambiamento. Probabilmente la trasformazione è stata così lenta da risultare impercettibile, come il passaggio dai protozoi ai mammut: a un certo punto il vento è cambiato, la manicure è diventata culto, all’improvviso  in America pareva non si vivesse più senza – e soprattutto che l’avessero inventata lì, incapaci per altro di esercitare il culto senza un esercito di deliziose vestali coreane dalle mani delicate e velocissime, assistite da plotoncini di paciose ragazzotte chicane –  raggiungendo così un primo, significativo risultato: creare più integrazione razziale che in decenni di tentativi politici nel nome della lima e del solvente.

Negli anni ’90 arriviamo noi italiane. Folgorate sulla via per Park Avenue, reduci da vacanze il cui scopo era essere più americane di un’americana, eravamo ancora più accanite nel caso la scoperta dell’unghia perfetta avesse avuto luogo nel corso di un viaggio di lavoro: la prima, esotica “nails spa” ha aperto i battenti a Milano in via Solferino, nome inglese, manicuriste da oltre cortina (dell’est), mensole su mensole di smalti che neanche tutte le cartelle Pantone messe insieme, una “french” poteva costare quanto un organo vitale, ma al grido di “mai più senza!…” ci siamo sottoposte con una pazienza impensabile in altre circostanze alle interminabili attese riservate a chi, incautamente, dimenticava di prenotare la sua mezz’ora in paradiso.

Da allora non c’è via d’uscita al rito per propiziare mano morbida con unghia impeccabile.

La frontiera si è spostata più a est e dalla Cina è arrivato uno squadrone di nuove vestali.

Se nei momenti di recessione è vero che si impenna l’acquisto di rossetti, credo con quello degli smalti si potrebbe agevolmente dare una mano (che altro sennò…) alla Grecia, o alleggerire il peso dell’ultima manovra in casa nostra.

Qualsiasi “nails spa” cinese è un osservatorio privilegiato sul genere umano di sesso femminile; ogni volta che vado ci vedo entrare donne di tutte le età, vedo quelle che non entrano fermarsi rapite davanti alla vetrina, vedo quelle sedute ai tavolini, complice la mancanza di interazione con le cinesi ciarliere solo fra loro in cantonese stretto, sorridersi complici, elargire consigli sullo smalto, discorrere di sfumature e trattamenti, scambiarsi quelli portati da casa.

E’ un piccolo miracolo, donne altrimenti incapaci di solidarietà, che in un ufficio si scannerebbero, che per un uomo farebbero a pugni come camalli ubriachi, che sul tram non si rivolgerebbero mai la parola, davanti un Essie rosso fuoco o all’ultimo tortora di OPI diventano squadra, complici, sorridenti, fiere di di quelle 10 dita perfette con cui agguantare il mondo con tutta la grinta di cui sono capaci”.

Wendy Maxwell

Wendy Maxwell (non) esiste, ma ha un punto di vista ironico su quello che succede, mentre vola prende appunti e trova spunti, su cui riflette e sorride aspettando la fine del mondo che, se anche poi non arriva, si va avanti già allenati. Osserva curiosa Milano – la città dove (non) vive, dove tutto potrebbe succedere, ci raccontiamo che sta succedendo e magari non succederà mai. Sbircia tutti i particolari, nessuno escluso, osservandoli dall’alto con distaccata eleganza.