Arte

Marina Abramović: in cinque volti sconosciuti

Elisa Monetti
8 Dicembre 2018

Fino al 20 gennaio 2019, Palazzo Strozzi a Firenze ospita una grande mostra dedicata ad una delle più celebri artiste viventi: Marina Abramović. Terzo capitolo di un prestigiosissimo ciclo sull’arte contemporanea, aperto da Bill Viola e continuato da Ai Weiwei, “Marina Abramović The Cleaner” è un evento straordinario che ripercorre e documenta con grande precisione le opere e la vita – due mondi particolarmente intrecciati nel caso di Marina – dell’artista.

Una donna estremamente conosciuta per essere stata la mente di alcune delle performances più creative e controverse del nostro tempo: Imponderabilia dove, insieme all’artista e compagno Ulay, resta in piedi accostata allo stipite di una porta completamente nuda costringendo i visitatori a passare in mezzo ai loro corpi; Balkan Baroque performance in cui, per denuncia alla guerra in Jugoslavia, resta seduta per ore sopra un cumulo di ossa di vacca continuando a pulirle ossessivamente; The Artist is Present un evento straordinario in cui per tre mesi l’artista, immobile e muta su una sedia, vede sedersi di fronte a lei oltre 1600 persone, una alla volta.

Ma chi è davvero Marina Abramović? Se tutto il mondo la conosce per le sue rinomate e chiacchieratissime performances, sono molti i suoi volti meno conosciuti. Scopriamone qualcuno.

Marina e l’inizio della carriera
Nata a Belgrado nel 1946, è figlia di genitori comunisti, entrambi eroi di guerra sotto il regime di Tito nella ex Jugoslavia; riceve un’educazione severa, militare, depurata di qualsiasi affetto se si esclude la figura della nonna a lei tanto affezionata.
Insieme alla pulizia e alla simmetria, la terza ossessione di Danica, la madre tremendamente rigida, era l’arte. Marina cresce culturalmente privilegiata: durante infanzia e adolescenza, per imposizione genitoriale, legge moltissimo e può liberamente esprimersi con creatività, dipinge i sogni che fa la notte chiusa nel suo studio, ancora bambina, con ampie pennellate verde smeraldo e blu notte. “L’unica libertà che avevo era quella di esprimermi”, racconta.
Intorno ai vent’anni molti suoi parenti cominciarono a commissionarle quadri, nature morte molto classiche che lei realizza senza passione, sfregiandoli volontariamente con un’imponente firma in fondo alla tela. Molto lontana nello stile, ma non troppo nel carattere che ancora oggi pervade la sua arte.

Marina e l’amore
La più grande storia d’amore di Marina comincia con lei trent’enne che scende dall’aereo che da Belgrado l’aveva portata ad Amsterdam. Ad attenderla, la gallerista che l’aveva invitata per mettere in scena una performance e un artista tedesco: Ulay.
Dopo la performance olandese, durante la quale Marina si incide con un rasoio una stella a cinque punte sul ventre, Ulay la medica con grande tenerezza mentre si scambiano sorrisi. Nei pochi giorni che seguono i due si innamorarono perdutamente. Da subito Marina e Ulay si riconoscono anime gemelle, complici le numerose e curiose somiglianze tra i due: portavano i capelli nello stesso modo, compivano gli anni il 30 novembre ed entrambi, ogni anno, strappavano la pagina dell’agenda di quel giorno.
Un amore che va al di là del romanticismo, totale, fatto anima e corpo, incapace però di durare in eterno.

Marina e il furgoncino Citroën
Nel 1977 Marina e Ulay decidono di cambiare le loro vite. Soffocato dall’alcolismo lui e dall’ossessione di perdere tempo lei, i due decidono di purificare i loro stili di vita aprendo un nuovo capitolo completamente dedicato all’arte. Acquistano un furgoncino usato Citroën e lo battezzano casa propria. Trascorrono i successivi tre anni in viaggio, estremamente poveri, una coppia di artisti itineranti, innamorati e costantemente intenti ad alimentare la loro arte.
Lo stesso stile di vita nomade di cui sono bandiera diventa portatore di un messaggio molto sfaccettato: dal tema della ricerca dell’essenziale agli stereotipi di genere.

Marina e la moda
Il primo incontro tra Marina e la moda cade in un periodo particolarmente funesto. Dolorosamente separatasi da poco dall’amato Ulay, l’artista, distrutta, si trasferisce a Parigi. Vive con un giovane spagnolo, di cui in seguito conserverà solo brutti ricordi, e per la prima volta nella sua vita, grazie all’inatteso successo di alcune sue opere, dispone di una consistente quantità di denaro. Spinta dal narcisista fidanzato, entra per la prima volta in una boutique di Yamamoto. Una fase che supera il rinnovamento del guardaroba e diventa simbolo di una vera e propria rinascita, che la porterà a riprendere il pieno controllo della propria vita.

Marina e l’insegnamento
Numerose sono state le esperienze d’insegnamento dell’Abramović. Parigi, Amburgo, Berlino, Kitakyūshū (Giappone meridionale), Copenaghen, Milano, Roma, Berna e, per otto anni, a Braunschweig, nel Nord della Germania.
Negli anni ’90 Marina è una delle poche, forse l’unica, insegnante di performing arts: consapevole di ciò, si veste del ruolo con la responsabilità e la personalità che la contraddistinguono. Dalle sue esperienze accademiche d’insegnamento nasce Cleaning the House, un workshop periodicamente svolto con giovani performer artists con rigide regole di condotta e definite attività. Le sue classi sono veri e propri luoghi di esperienza, frammenti di spazio-tempo fortemente creativi in cui sentire Marina.

 

 

Marina Abramović The Cleaner
21 settembre 2018 – 20 gennaio 2019
Palazzo Stozzi, piazza degli Strozzi, Firenze
Orari: da lunedì a domenica 10-20, giovedì 10–23

 

 



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