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Medicina è androcentrica: cambiare si può

Alessia Laudati
9 Aprile 2019

Dalle protesi, alla prevenzione ai farmaci, è sempre stata “calcolata” su base maschile. Solo negli ultimi anni si sta cominciando a parlare di medicina di genere. Un quadro della situazione

 

Se persino il Ministero della Salute sul suo sito lo ammette nelle prime righe, allora qualcosa può davvero voler dire. La medicina, ora lo sappiamo, fin dalle sue origini ha avuto un’impostazione androcentrica. Questo significa che tutto, dalla prevenzione, alle terapie, ai farmaci, all’insorgenza delle malattie e al loro decorso è stato misurato principalmente sul parametro maschile.

Quali le conseguenze di questo approccio? Assenza di diagnosi differenziate e un vero e proprio gap di genere nelle cure. Per fare un esempio: per le protesi al ginocchio, come ci racconta il magazine In Genere, benché nel 2007 delle circa 500 mila artoplastiche totali realizzate a livello mondiale circa due terzi abbiano interessato donne, il modello standard di riferimento per la costruzione delle protesi sostitutive è stato quello dell’arto di un uomo di peso medio. Ora però si prova a cambiare, e non solo per le donne. Questo vuol dire che un soggetto femminile non è considerato più la copia carbone di quello maschile, un bambino non è valutato come un piccolo adulto, un anziano non è più un adulto molto cresciuto.

E se lo studio delle differenze e l’introduzione della medicina di genere – che, ricordiamolo, non è solo la medicina delle donne ma comprende invece un approccio trasversale che riguarda più fattori, come quelli economici e sociali, e più soggetti – sta entrando nella programmazione ed organizzazione dell’offerta sanitaria del nostro Paese è anche grazie anche all’attenzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Se vogliamo fare un po’ di storia, solo a partire dal Novecento è stata pian piano introdotta la cosiddetta medicina-genere-specifica e solo nel 1991, come spiega la Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, la cardiologa americana Bernardine Healy denunciò sul New England Journal of Medicine il comportamento discriminante dei cardiologi americani nei confronti delle donne. Le donne dal quel momento vollero attenzione da parte dei loro medici specialisti: invertire il modello maschile o adattarlo superficialmente non era abbastanza per loro.

Tra i problemi di oggi, uno degli aspetti più controversi riguarda il fatto che le donne pesano di meno e hanno più massa grassa e anche per questo l’effetto dei medicinali su di loro è diverso. Un altro esempio calzante è senza dubbio la necessità del superamento della sindrome bikini, ovvero l’eccessiva concentrazione di una medicina specifica femminile solo per quel che riguarda la salute riproduttiva. Ma ci sono altre criticità: come la scarsità di dati per sesso riguardanti le reazioni avverse ai farmaci.

Se si pensa che è solo del 2017 la legge del DDL Lorenzin con la quale si parla esplicitamente di obiettivo di genere, la strada appare lunga e lastricata di buone intenzioni. Basti pensare che bisogna recuperare un ritardo di secoli usando il più possibile parole chiave come “centralità del paziente” e “personalizzazione delle terapie”.

 

 

 

 

 



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