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Michael Anastassiades si racconta: intervista al designer della luce

Davide Chiesa
30 settembre 2016

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Conosco il lavoro di Michael Anastassiades dai suoi esordi e l’ho sempre seguito con molto interesse e curiosità perché trovo che nel panorama del design attuale le sue idee siano sempre fresche, innovative e stimolanti. Oltre a sviluppare collaborazioni con le più importanti aziende del settore, Michael ha fondato una sua propria azienda dove sviluppa progetti di illuminazione davvero particolari. Ci siamo incontrati in centro a Milano dove Michael ha acconsentito a rispondere a qualche domanda sulla sua attività di designer e sul suo mondo progettuale.

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Quando cominci a pensare ad un nuovo progetto, qual è la scintilla che accende la tua curiosità e che ti indirizza verso le prime idee?
Credo che sia la congiunzione di molti aspetti differenti fra loro. Quando ho a che fare con un progetto nuovo il primo punto di partenza è l’osservazione: in un mondo che è già pieno di oggetti di design, pensarne uno nuovo per me significa capire realmente qual è il punto di vista da esprimere. Il mio personale punto di vista è quello di creare oggetti che non cambiano nel tempo seguendo le mode ma che rimangano sempre gli stessi dal punto di vista del messaggio che trasmettono. Mi interessa molto lavorare sul concetto di semplicità, non intesa come banalità ma come familiarità. Trovo che sia molto facile scioccare le persone, offrendo forme estreme, colorandole con colori incredibili e ricercando un’estrema visibilità a tutti i costi. Ma poi quanta vita avranno questi prodotti? Probabilmente una vita molto corta, fino alla comparsa del prossimo oggetto ancora più scioccante.

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Come decidi se creare un progetto oppure no e con quali aziende collaborare?
Sono sempre incuriosito da ogni richiesta che mi arriva da parte di aziende o di committenti privati, ma sicuramente l’elemento su cui faccio più affidamento è l’empatia. Se ci sono situazioni in cui vedo che quello che posso offrire non è accettato in maniera positiva o con particolare interesse, in quel caso sono molto onesto e dico fin dall’inizio che forse quel tipo di collaborazione non è interessante per nessuno. Non sono il tipo di designer che vuole mettere la sua firma dovunque e preferisco le collaborazioni che stimolano la creatività di entrambi, designer e committente.

Quali sono i materiali con cui preferisce lavorare?
Devo essere sincero e confessare che prediligo il legno e metalli, ma piace investigare tutti i materiali, compresa la tanto criticata plastica. Quello che mi interessa di più è che il materiale si esprima in maniera onesta, diretta, e ci offra le sue qualità nel modo migliore.

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Parliamo del tuo ultimo progetto per Herman Miller: The Double Dream of Spring, una collezione di sgabelli e tavoli il legno, come è nata questa collaborazione?
Abbiamo cominciato un anno e mezzo fa e non esisteva un progetto specifico, ma qualcosa come l’esplorazione di qualche possibilità, riflettendo su aspetti e idee comuni dal carattere un po’ filosofico. Conoscendo più a fondo l’azienda e la sua storia ho sentito che il mio obiettivo era quello di esplorare la linea dei progetti storici e senza tempo della collezione. Soprattutto in Europa si pensa sempre che sia un’azienda di mobili per ufficio ed è vero, ma in passato grandi pezzi di design sono stati prodotti da Herman Miller, per Charles Ermes ad esempio. Il brief è arrivato più tardi e si è trattato di pensare ad una famiglia di tavoli e sgabelli, un tema quindi molto preciso con misure e caratteristiche molto specifiche ma allo stesso tempo con una grande apertura mentale su come potesse essere disegnato.

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Le lampade String light per Flos sono state una novità davvero sorprendente per tutti gli appassionati di design: mi racconteresti la storia di questo progetto?
Sono contento che me lo chieda perché per me è stata un’esperienza davvero molto interessante. All’inizio non siamo partiti con un’idea precisa di quello che volevamo fare ma sicuramente si sarebbe dovuto trattare di un progetto architettonico. Prima di tutto abbiamo analizzato come è cambiato il modo di concepire la luce negli ultimi anni e poi volevo scoprire una nuova via poetica per far arrivare la luce da un punto ad un altro. Quello che ho scoperto con questo progetto è come sia possibile creare un’architettura totalmente leggera utilizzando i fili elettrici che dividono lo spazio come se si disegnasse con una matita sopra un foglio. Una volta capito come si poteva costruire questo mondo poetico abbiamo cercato di utilizzare diversi tipi di lampade con delle forme molto semplici per non appesantire troppo il disegno generale.

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Quando eri bambino volevi fare il designer?
In realtà no, volevo diventare un artista. Nelle mie intenzioni volevo sicuramente diventare un creativo ed esprimere concetti che avessero a che fare con l’arte. Sono diventato un designer molto dopo, anche grazie agli studi di ingegneria civile che la mia famiglia mi ha fatto intraprendere per poter avere un futuro sicuro. Quando mi sono trasferito a Londra per studiare ingegneria civile ho capito che nel mio lavoro avevo bisogno di una parte tecnica e di una parte artistica e quella parte artistica sarebbe stata quella di dirigere le luci negli ambienti. Questo mi ha affascinato tantissimo e da lì ho cominciato, poi ho impiegato molti anni per identificare il mio linguaggio e soprattutto il tipo di messaggio che volevo affidare al mio design.

 

www.davidechiesa.com


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