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Milano con l’acquolina in bocca: bentornato Tokuyoshi!

Giorgia Giuliano
26 Febbraio 2020

Sembrava che a febbraio non ci fosse niente da raccontare, poi però ha riaperto Tokuyoshi e noi lo abbiamo spiato dalla serratura.

Il ristorante sembrerebbe essere un nuovo arrivato a Milano, ma non è vero, perché il vecchio braccio destro di Massimo Bottura (Yoji Tokuyoshi è stato sous-chef all’Osteria Francescana per nove anni) già nel 2015 scintillava di Michelin, conquistandosi la prima stella a neanche un anno dalla sua apertura. Oggi adesso Tokuyoshi brilla ancora di più, anzi è accecante, e noi siamo grati a questo chef che ha educato la materia prima italiana alla cucina e alla tecnica giapponese. Se lui ha avuto pazienza noi invece abbiamo soltanto fame. E scalpitiamo col palato all’idea di un Calamaro crudo e lardo con pecorino. O di uno Spaghetto con ricci di mare, pompelmo e beurre blanc.

In via San Calocero, vicino alle Colonne di San Lorenzo, Tokuyoshi prolunga l’Italia fino quasi a toglierle la tipica forma a stivale. L’Italia diventa un’espressione facciale, quella che arriva quando assaggiamo un piatto ed il suo sapore è assai buono. Merito dell’impulso giapponese che è una scossa – ma una scossa sottile! – capace di trasmetterci lo stesso equilibrio di quando a tavola ci mettiamo dritti con la schiena.

Il nuovo Tokuyoshi è cambiato innanzitutto nella forma, e ci piace tantissimo: c’è una sala in cui concedersi il respiro più profondo perché le pareti sono verdi ed è un richiamo naturale al bosco. Qui c’è lo chef’s table e un altro tavolo a più sedute, più conviviale, social food.  E poi c’è l’altra sala dove se vorrete potrete starvene in apnea perché le pareti sono blu come un acquario.

Vale la pena il menu Omakase, che in giapponese significa “lascio fare a te”: una degustazione che è una vera sinergia tra Oriente e Occidente, Stivale e Sol Levante. Di che colore è il suo sapore? Noi diremmo un pastello, perché ogni piatto ha un gusto tenue ma incisivo, pacato ma energico. In più le proposte sono stagionali e nei piatti di Tokuyoshi ci finiscono anche i petali dei fiori.

Sembra un tempio sacro e in effetti lo è ma non ci si inginocchia. Ci si siede e ci si sta con gli occhi bene aperti perché del nuovo Tokuyoshi non bisogna perdersi nulla. E pregare perché all’ultimo piatto non si arrivi mai.