Leggere insieme

Mumin e le follie invernali

Marina Petruzio
21 Settembre 2019

Iperborea dedica una collana ai Mumin di Tove Jansson, intitolandola proprio e solo Mumin e qui vi ripubblica le strisce, i Mumin a fumetti, in un formato lungo e stretto: 21 le storie, 21 i libri.

Pensare di poter crescere un qualsivoglia individuo privandolo dei Mumin è atto di grande irresponsabilità. Chiunque dovrebbe avere la possibilità di vivere almeno qualche giorno nella loro valle, la Valle dei Mumin, grandi troll buoni, di color bianco latte, dal muso rotondo e allungato – cosa che conferisce loro una somatica teneramente ippopotamesca. Sono personaggi unici, magici, che infondono pace e serenità con il loro saper stare al mondo gentile ed educato. Le avventure, che riguardano il loro quotidiano, fanno parte di quella categoria di racconti con i quali ti corichi, ti nascondi, ti coccoli nelle giornate no, trattenendo a te un briciolo d’infanzia, il bel ricordo, la parola gentile, grazie al loro essere per tutti e di tutti, trasversalmente. Sprofondi nel tuo luogo preferito, li abbracci e sei con loro.

A Salani, alla collana Gl’istrici – ma prima ancora alle edizioni Vallecchi – e comunque soprattutto a Donatella Ziliotto il merito di averli scovati, tradotti e regalati alla nostra infanzia. Di Iperborea, nella collana I Miniborei, l’idea gioiosa di pubblicare le strisce, apparse su Linus alla fine degli anni ’60, in bianco e nero, ora sotto forma di racconti singoli, a colori, in libri lunghi e stretti proprio come una striscia. La collana Mumin ad oggi si pregia già delle prime quattro storie: “Mumin e le follie invernali”, “Mumin al mare”, “Mumin in riviera” e “Mumin e la vita in famiglia”.

Impossibile introdurre “Mumin e le follie invernali” senza accennare velocemente a “Magie d’Inverno” che racconta di una stagione fredda, resa bianca, morbida e rotonda dalla neve caduta copiosa; di quel sonno la cui idea si è coccolata nel preparare ciotole colme di croccanti aghi di pino che terranno quieto lo stomaco nei mesi a venire; nell’acquolina dolce che corre al palato al solo pensiero di assaporarli; di quel letargo lungo qualche mese e dei gesti che fanno di un momento una tradizione.

Il cielo era oscuro, quasi nero, ma la neve brillava azzurra nella luce lunare. Il mare dormiva sotto il ghiaccio, e giù nel profondo, alle radici della terra, non v’era bestiolina addormentata che non sognasse la primavera…Dormivano sempre da Novembre ad Aprile perché tale era stato il costume dei loro avi e i Mumin, alle tradizioni, ci tenevano.

E se nel libro gli aghi di pino rappresentano il dolce dormire, un giaciglio interno, una base sicura come un brodo bollente, nelle strisce a Mumin viene un po’ il sospetto: che sia veramente una buona idea ingerire qualcosa che punge? Mamma Mumin sminuisce il lecito dubbio e, continuando imperterrita a sgranocchiare e ingoiare, risponde con un semplice: Non lo so, ma i nostri antenati facevano così. Senza lasciare possibilità di un seguito qualunque, tanto meno a una qualsivoglia pedante lamentela. Ma cosa succede se qualcuno nel bosco, nella foresta, nella Valle dei Mumin, per qualche o nessuna ragione si desta dal riposante sonno letargico? Se nel libro l’unico a svegliarsi è Mumin che, superate le prime paure dell’essere il solo desto in una casa silenziosa oltre ogni dire, buia, avvolta in teli bianchi e attraversata di tanto in tanto dalla fredda luce di un raggio di luna, si spinge fuori, non senza difficoltà sprofondando in quella che tutti chiamano neve: fredda, ma se ci costruisci una casa, calda; bianca ma anche azzurra e rosa; morbida, ma se compatta dura come un sasso e scivolosa, nulla di più insidioso e incerto. Nella striscia il sonno letargico è affrontato con noia e prurito da tutta la famiglia: perché se gli aghi di pino pungono anche il fieno non è da meno se ti ci sdrai sopra! Quindi, al di là delle tradizioni, l’unico modo per non morire di noia è uscire, affrontare il grande freddo e scoprirne i colori, le forme, i ritmi, la luce e, ahiloro, anche il signor Brio.

Sicuramente, e anche per la loro conformazione fisica e altrettanto sicuramente perché in inverno tendenzialmente e oziosamente dormono, i Mumin non sono particolarmente portati per gli sport invernali. Il signor Brio ne va pazzo tanto da pensare a un centro di allenamento per Giochi Sportivi da lui diretto e coordinato. Presto detto e i Mumin si ritrovano così come sono – almeno Brio indossa un ingombrante pullover jacquard da montagna! – prima sugli sci e poi a sperimentare il pattinaggio a vela. L’aplomb dei Mumin regna sovrano: certo sono un po’ seccati da cadute e incidenti assortiti, e di abbracciare alberi, ma sullo sfondo un’impassibile mamma Mumin cammina spedita giù dal pendio, il suo grembiule a righe ancora allacciato in vita e la borsetta al braccio riporta in modo disordinato ma risoluto gli sci a valle. Sempre senza lasciar spazio alla benché minima replica. Lo sci non è per lei. E mentre la famiglia si ricompone, eccoli sui pattini da ghiaccio con vela allacciata alle loro spalle: esperimento che si risolverà in un’uscita di scena alla chetichella con tanto di pattini abbandonati in cumulo sulla superficie ghiacciata del lago. Borsetta al braccio e grembiule con gala annodata perfettamente saldo al punto vita presunto di mamma Mumin. Ma la vera follia di quell’inverno non sta nei rocamboleschi sport invernali, ma in quel che il bel signor Brio è riuscito a scatenare. Eh sì, Mimla si è nuovamente innamorata!

 

Mumin e le follie invernali
di Tove Jansson
edito Iperborea
età di lettura: per tutti



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