Leggere insieme

Nel mio giardino il mondo

Marina Petruzio
25 Agosto 2019

Un giardino, tre bambini, una palla rossa, una moltitudine di oggetti e colori, un mondo nuovo da riempire racchiuso in due pagine di robusto cartone: è un albo brulicante quello di Irene Penazzi, “Nel mio giardino un mondo” per Terre di mezzo editore.

Non c’è tregua, se si ha un giardino ad un tratto il mondo dentro può apparire soffocante e le pareti di casa un vincolo. Quando l’inverno si ritira e del verde comincia a punteggiare qui e là i rami è giunto quel tempo in cui non resta che prendere tutto il necessario a quel qualcosa che poi verrà ma che in quel momento potrebbe non seguire un vero piano, una forma, e traslocarlo all’esterno, fuori! Sparpagliare quel necessario in un ordine solo apparentemente e solo ora privo di quel senso che presto troverà. E in quella architettura ariosa cominciare a tirare tende e legarle agli alberi: che qualcuno li abbia piantati in un epoca altra, disponendoli in quel modo pensando che un giorno qualcuno altro avrebbe poggiato le proprie tende e legate ai tronchi? Chissà…

Costruirsi un rifugio portandosi le proprie cose in differente ordine di utilità è dichiarare di potersi badare, di quel fare da solo che ti porta fuori dal tuo piccolo mondo. E da lì cominciare a sistemare l’intorno e la propria nuova casa: piantare nuove arborescenze, che un giorno diventeranno rifugio, piantine fiorite, concimare, pettinare, strappare, innaffiare. Costruire strutture per convogliare l’acqua piovana per stare a guardare poi l’acqua che scorre, sentirla ticchettare sulla tenda, sdraiata sull’amaca. Aiutare chi è in difficoltà, costruirgli una piccola casa, sistemarlo in una scatola, allungare una mano per cogliere un frutto dolce e succoso o per chiedere un uovo a una gallina. Nutrire e nutrirsi. E poi cominciare a giocare, inventare, essere in più luoghi e in vari panni, chiamare altri, organizzare una festa e ritrovarsi ancora ad essere indiano o bandito, a scavare un percorso il più tortuoso possibile e far scorrere acqua e circumnavigare il mondo per sbarcare su un’isola deserta e pensare che quel cannibale minaccioso ha visto la sua ultima patata! Accendere un fuoco tra quelle pietre disposte a cerchio per cuocere chissà, frittelle di maiale? Andar per lucciole la notte per riposarsi poi, a giorno fatto, sui rami di un albero. Accogliere il vento freddo e respirarlo e cominciare a raccogliere in ordine sparso quel che era servito a realizzare il proprio mondo, pioniere in terra nuova.

Chi ha incontrato nella propria vita un giardino ha avuto un’indiscutibile grande fortuna. Gli è stato fatto uno dei più bei regali che chiunque, a qualsiasi età, può sognare. Il più grande in assoluto. A quel giardino resteranno impigliate le immagini più belle, il tempo migliore, i pensieri, i passi. Ai suoi alberi il respiro, gli abbracci e quella gioia immensa incontenibile nel riconoscerli qui e là nel mondo, i propri alberi! Chi ha avuto un giardino ha potuto giocare con niente avendo tutto, ha potuto sognare e realizzare quel sogno. Ha piantato un seme e ha visto crescere per la prima volta qualcosa. Ha aperto e chiuso un cancello. È andato e tornato. Ha conosciuto un dentro e un fuori. Ha avuto un rifugio pronto sempre. Un luogo dove custodire le proprie cose e una mappa per ritrovarle. Ci si può affezionare ad un albero o a un fiore? Chi ha avuto un giardino lo sa per certo. Il giardino fa parte della casa, è una casa, un luogo per eccellenza e per le emozioni un armadio, un cassetto, un cofanetto.

Risuonano in questo albo completamente senza parole i passi di un altro libro, senza volerlo, come quei ricordi che riemergono quando si torna dopo tanto tempo in un luogo caro, magari in quello che è stato il proprio giardino: “Se il tempo era bello stavano in giardino, cavalcavano un po’ o si arrampicavano su tetto della lavanderia e rimanevano lì seduti a bere il caffè; oppure salivano sulla vecchia quercia cava […] si trattava di un albero eccezionale, perché vi crescevano dentro le gazzose; ed era vero ogni qualvolta i bambini scendevano nel nascondiglio della quercia, stavano lì ad aspettarli tre gazzose…”.

E ancora: “In un baleno la tenda fu issata in un posto riparato, e Tommy ed Annika vi entravano e ne uscivano carponi, felici come pasque. All’esterno intanto Pippi andava sistemando alcuni sassi in cerchio e ammucchiandovi sopra ramoscelli e schegge di legno […] Aveva disposto dei rametti d’abete dentro alla tenda e ci aveva steso sopra diverse coperte pesanti […] Improvvisamente cominciò a piovere; le gocce picchiettavano sulla tela, ma all’interno della tenda si stava caldi e all’ascolto così che era infinitamente piacevole udire quel rumore”.*

È per quella possibilità che il giardino offre di essere un mondo: un’isola deserta o magari popolata da feroci cannibali, un posto dove spostare, ammassare, rispostare cose; essere casa o divenire ostile a causa di quel gioco dell’ultimo momento, quello che trasforma le cose da belle a incredibilmente avventurose e ti costringe a nasconderti in un cespuglio per poi trovare tre cioccolatini passa paura sotto un sasso.

Nel mio giardino il mondo
di Irene Penazzi
edito Terre di mezzo editore
15€
età di lettura: per tutti



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