Leggere insieme

Nella soffitta di mia zia

Marina Petruzio
5 dicembre 2015

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Nella soffitta di mia zia di Andy Goodman, pubblicato da Corraini nel 2012 e tutt’ora in catalogo, differenti tonalità di nero offrono al buio della soffitta una luce che definisce i contorni dei ricordi.

È Alice Melvin che, disegnando i ricordi legati alla casa della nonna così amata ma così distante da lei in Grandma’s House, non dimentica quel luogo, in alto, sotto il tetto, pieno di mistero e ricco di immaginazione e cose, sempre nuovo, sebbene ormai lì da tempo immemore. È la soffitta, la testa della casa, non sempre di facile accesso, tanto da presentarcela usando la pagina ripiegata a sottolineare il fatto che lì sotto c’è un luogo celato da svelare.

La soffitta della vecchia casa della zia Mable è lassù, in cima alla scala; vi si accede direttamente dal salotto o dall’ingresso, è la stessa scala che porta al piano di sopra e poi su, sino a quel magazzino che riattiva ricordi, sinapsi, collega persone, vissuti.

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Sul grigio antracite di una casa chiusa e non illuminata, se non dalla poca luce che filtra da un fuori solo immaginato, si profilano sagome confuse di oggetti indefiniti, di un nero polveroso fermo da tempo.

Ed una volta entrati, Andy Goodman ci siede davanti al racconto che ci vede lì, con la scena in primo piano, dalla prima pagina all’ultima.

E come in un gioco di luci sul palcoscenico di un teatro, in quel buio ovattato, di pagina in pagina, un colore sempre diverso illumina l’ oggetto ricordato e desiderato, rendendone comprensivi i confini: l’orologio a cucù, col piccolo coniglio nascosto – il suo occhio è bianco in tutto quel buio –, le pigne di contrappeso, quella casetta che in tutte le case è posta in alto per sfuggire alle mani curiose che vorrebbero capire come funziona, ma così anche agli occhi a cui piacerebbe anche solo ammirare, poter attendere in ascolto del breve ronzio che precede il movimento accompagnato dal suono, quel cucù che mai dimenticheremo nel corso dei nostri giorni. Lo vorremmo ancora là, dove sappiamo essere stato ma, haimè, una volta tolto dal muro è stato spedito ad una cugina, ne aveva più diritto, chissà, zia Marble ha voluto così.

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E così per molti altri oggetti il ricordo li accende di un colore che in qualche modo ha assorbito tutto quel nero, per poi spegnersi nell’assenza della sagoma, nella delusione espressa in due righe scritte in un grigio medio: il cavallo a dondolo è finito in Cornovaglia, nel Gloucester il biciclo, le mazze da golf a mio fratello, il violino al vicino della porta accanto, la collezione di giocattoli in un museo di Londra, la casa delle bambole alla sorella della zia, lo gnomo da giardino in un giardino del Sussex. Un trasloco di sentimenti dove i ricordi si si volatilizzano come in una bolla di sapone, dispersi in luoghi lontani dai nostri ricordi.

I ricordi nella testa della casa non dovrebbero mai cambiare, dovrebbero poter mantenere quella posizione, continuare a poter esercitare la loro funzione non appena spolverat,i ma soprattutto dovrebbero poter continuare ad essere ricordi appesi alle pareti della nostra memoria chiusi nella scatola della nostra testa.

In questo modo sapremmo sempre dove trovarli.

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Al contrario bisogna cominciare con calma a ricolmare lo spazio con immagini proprie, oggetti e inutilità assortite che nel corso di una vita accumuliamo e poniamo là, perché – non si sa mai – potrebbero tornare comodi, ancora ignari di aver cominciato a riempire una soffitta.

E zia Marble doveva saperlo bene, perché lasciando la sua vecchia casa al piccolo nipote ha lasciato disposizioni chiare affinché la soffitta venisse sgomberata.

Una nuova vita ospiterà la sua vecchia casa, ne sarà la custode, il cappotto, la pelle, la memoria.

 

Nella soffitta di mia zia
Scritto ed illustrato da Andy Goodman
Traduzione: CorrainiStudio
Edito: Maurizio Corraini
www.corraini.com
Euro: 10,00
Età di lettura: per tutti


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