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Nuovo congedo di maternità, libere di lavorare o libere di essere ricattate?

Alessia Laudati
29 Gennaio 2019

È un tema caldo, che ha infiammato gli animi e aperto dibattiti: parliamo del nuovo congedo di maternità obbligatorio. Che cosa prevede? E perché tanto discutere? In ballo c’è la possibilità di rimanere al lavoro fino al nono mese di gravidanza.

La mamma nella mano destra avrà l’agenda degli impegni della giornata, nella sinistra l’aspirapolvere, con il piede potrà mandare email sfruttando la forza dell’alluce, mentre la lingua sarà libera di prenotare la sala parto – se serve. Ecco, l’autodeterminazione femminile è servita.

Certo a prima vista sembrerebbe un bel successo, nulla di cui avere paura. Se poi la mamma del cambiamento ha le tante braccia della dea Kali più che un ventre rotondo, la cosa non dispiacerà poi a tutti. Le donne saranno libere di lavorare più a lungo, se lo desiderano, e di conciliare la gravidanza con lo sforzo della routine professionale – solo se si sentono bene – ovviamente.

Se c’è il sì, quindi, perché preoccuparsi tanto? Ecco, il focus sul consenso ci sembra fondamentale per la narrazione idilliaca di questo provvedimento. In molti dimenticano come la scelta o meno di rimanere al lavoro possa essere largamente influenzata dal rapporto tra datore, che detiene la forza maggiore di contrattazione, e lavoratrice. Non parliamo insomma di un contesto neutro, ma di un ambiente per sua natura già squilibrato dalle condizioni di precarietà di molte lavoratrici. Prima se si voleva spingere la donna a lavorare fino all’ultimo, anche se la flessibilità sull’ottavo mese era già prevista, ci si trovava di fronte la stazza dello Stato e delle sue leggi che obbligavano a concedere uno stop. Oggi questa decisione è affidata solo alla forza contrattuale della donna.

È lecito quindi parlare del rischio di un consenso quantomeno inquinato. Certo, c’è il parere del ginecologo che deve autorizzare la permanenza sul luogo di lavoro. Ma se seguiamo la normativa precedente dove la domanda per l’indennità doveva essere inoltrata entro la fine del sesto mese, anche in questo caso il medico dovrà valutare una condizione di salute differente da quella che potrebbe verificarsi alcuni mesi dopo. È chiamato a fare l’indovino più che a eseguire un esame diagnostico accurato, come ha ricordato in un post diventato popolare il ginecologo Giuseppe Battagliarin su Facebook. “Del resto cosa volete che sia per una donna al nono mese di gravidanza alzarsi il mattino alle 7 (per le più fortunate) preparare la colazione per la famiglia, pensare al pranzo e alla cena, vestirsi e truccarsi, prendere l’auto o il treno, oppure accalcarsi dentro una metropolitana arrivando trafelate al lavoro, entrare nel proprio ruolo professionale o lavorativo, starci per otto ore, interrompendolo solo per un panino o per raggiungere la mensa quindi ritornare a casa ripetendo l’iter di tortura da trasporti, fare la spesa, cucinare, rassettare la cucina per poi abbattersi sul divano cercando di riposare mentre il bambino (come fa tutte le sere dopo cena) ti prende a calci cercando la via d’uscita…”. Dimentichiamo inoltre che lo stato di salute potrebbe non essere l’unico motivo per voler lasciare il lavoro in anticipo.

Non era forse meglio sostenere una legge dove tutte le donne fossero garantite, anche se alcune lavoratrici avrebbero dovuto rinunciare a lavorare un mese in più, piuttosto che un provvedimento che mette invece tutte a rischio?



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