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Panico e lacrime: da Demi Lovato a Selena Gomez le luci della ribalta sono umane

Alessia Laudati
25 Febbraio 2020

Da Demi Lovato a Selena Gomez vanno in scena fragilità e identificazione collettiva

 

Il motto dell’entertainment è sempre stato “The show must go on”, ma questo non vuol dire che il palco sia per forza il confine della finzione più dura. Simulare che vada tutto bene quando si canta o si balla e lasciare la vita fuori, non è più l’ossessione unica dei performer. Due episodi lo dimostrano. La cantante Demi Lovato che piange mentre canta “Anyone” ai Grammy 2020, una canzone scritta dall’artista poco prima dell’overdose, e Selena Gomez che poco prima degli Ama 2019 vive un forte attacco di panico e, nonostante ciò, con un filo di voce sale sul palco per cantare.

Cosa ci dicono queste storie? Che alla fine chi vince è quello più sincero e non il meno fragile. Perché il pubblico ha bisogno come non mai di modelli veri e di storie in cui identificarsi. Non importa se siano maschili o femminili o gender fluid. Chi vuole davvero proiettarsi su una perfezione irreale e irraggiungibile? Forse un tempo faceva sognare, ma oggi nell’epoca dei social e della quotidianità che entra ed esce dallo schermo senza soluzioni di continuità, non funziona più.

Lo spettacolo non è più (solo) il luogo dei lustrini e della mistificazione, ma il palco delle emozioni, quelle che un tempo si esternavano solo nel backstage. Chiamatela aderenza con la realtà, impossibilità di nascondere le vicende personali, oppure potenza dei modelli aspirazionali. Fatto sta che nessuno oggi amerebbe una star che non somiglia di almeno un decimo, almeno per un momento a qualcosa che non si è vissuto o provato. Nei casi Lovato-Gomez sono la paura, un momento difficile, la solitudine.

Oggi camminiamo nell’era dell’antidivismo? Circa. Un tempo, per gran parte del Novecento, il cinema era dominato dalle personalità di grandi star che riuscivano a incarnare l’ideale, spesso costruito ad arte, di una vita diversa ed eroica. A personaggi come Greta Garbo e Clark Gable, veniva attribuita la possibile fuga da ogni costrizione sociale e da ogni normalità. Oggi invece – che siamo in parte molto più liberi – l’evasione non interessa più come un tempo. Colpisce la verità, la mimesi, ciò che risponde a un bisogno persino troppo estremista di realtà. Così, se da un lato si dà spazio a emozioni prima del tutto taciute e a stati d’animo come la fragilità, dall’altra forse si sogna anche un po’ di meno.

Ma se la finzione, che ha il compito di raccontare non per forza storie vere ma storie belle e stimolare così il desiderio non è più così socialmente ricercata, forse bisognerebbe chiedersi se alla fine non si è perso qualcosa di magico per tutti?