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PAROLA versus IMMAGINE.

staff
21 marzo 2013

Oggi, in treno, riflettevo sul valore delle immagini e pensavo a questa nostra ricorrente convinzione di vivere in un presente dominato da esse.
Loro sono ovunque. Ci circondano e sono così sovra-utilizzate. Per il semplicissimo motivo che sono la cosa più facile e immediata con la quale comunicare e arrivare a colpire il più largo target d’utenza, che sia più o meno colto.

Cosa ha a che fare questo con St.yle Square(d), con me e con Luuk Magazine?
Oggi vi parlo di ciò, non perché il mio intento sia quello di tenere una lezione di semiotica o di strategia di comunicazione, ma semplicemente perché, un attimo dopo la mia riflessione generale sul valore delle immagini, ho circoscritto il tutto trasportandolo al mondo dei magazine.

Esisteva un tempo – e so che farete fatica a crederlo – in cui nei giornali specializzati di moda (quelli che noi oggi chiameremmo Vogue, Elle o Grazia) la didascalia che accompagnava le immagini aveva molto più valore ed aveva un’importanza descrittiva dalla quale non si poteva prescindere. E per rendersene conto non bisogna fare un grandissimo sforzo immaginativo: bisogna andare indietro fino agli anni ’50 del Novecento.
Oggi la situazione si è completamente ribaltata , malgrado il tasso di alfabetizzazione sia esponenzialmente cresciuto. Il perché va ricercato nel fatto che – diciamocelo! – quasi più nessuno LEGGE i magazine di Moda.
La Repubblica, Il Corriere, La Gazzetta del Mezzogiorno vengono comprati per esser letti, Elle lo si acquista solo per guardare le immagini. Questa è una cosa che francamente non tollero – sono abbastanza intollerante verso parecchie cose, lo so – e trovo che questa terribile usanza sia sintomatica di qualcosa di più grave. Ignoranza, superficialità, approssimazione e, più in generale, DISINTERESSE.

Per una come me, cresciuta a pane e linguistica (purtroppo, perché si tratta di una scienza abbastanza noiosa e tecnica) è difficile accettare che il valore delle parole si stia progressivamente perdendo per lasciare spazio alle immagini, faccette smile comprese.
So che corro il rischio che voi possiate trovare quello che ho appena detto decisamente anacronistico, ma vi assicuro che il fenomeno di cui vi sto parlando è stato da me sperimentato in prima persona. Ho risentito della contrapposizione PAROLA-IMMAGINE nell’esatto istante in cui ho aperto il mio blog, più di due anni fa. Il 100 per cento dei fruitori guardano i post che contengono i miei outfit, il 25 per cento legge i miei articoli.

Questo fenomeno è indubbiamente spiegabile e giustificabile sotto molti punti di vista (siamo sempre di corsa, non abbiamo mai tempo per soffermarci su quello che ci circonda e la lettura ne risente), ma devo anche ammettere di essermi imbattuta, in più d’una occasione, in didascalie, titolazioni e sottotitolazioni decisamente ridicole.
Ovviamente mi riferisco a giornali di moda illustri per i quali lavorano editori, capo redattori, giornalisti e un illimitato numero di collaboratori di diversa sorta. La realtà è, mi dispiace dirlo, che non sono assolutamente in grado di creare didascalie sensate, esplicative e che rendano giustizia alla nostra bellissima lingua italiana dato che sono formate per la maggioranza da termini stranieri, collegati tra di loro in modo molto fantasioso e approssimativo. “Dicono tutto e il contrario di tutto”, per intenderci!

Non c’è da stupirsi, poi, che la maggioranza dei lettori sorvoli e voglia arrivare subito al sodo, focalizzando la propria attenzione solo sulle immagini.
Senza rendercene conto perdiamo un grande patrimonio, quello linguistico. Perdiamo la possibilità di godere di una lingua che altro non è che la chiave di volta per la comprensione di noi stessi e del Mondo.

St.efania
st-yle-squared.com