Letteratura

Per non dimenticare le vittime della Mafia

Virginia Francesca Grassi
21 marzo 2013

Dal 1996 ogni 21 marzo si celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie, promossa da Libera.
Il 21 marzo, primo giorno di primavera, è il simbolo di una speranza rinnovata, della forza e del coraggio di chi ogni giorno non smette di lottare. Contro l’illegalità, la violenza, la realtà del terrore, per costruire una cultura della pace, dell’impegno, del rispetto, della Giustizia.
Il 21 marzo è soprattutto un giorno di Memoria. Per non uccidere due volte chi se n’è andato, per non dimenticare, per ricordare la verità delle stragi che hanno martoriato il nostro Paese, per impedire che accada ancora una volta, che il virus continui a diffondersi.

E noi oggi vogliamo farlo con un libro: “L’estate che sparavano” di Giorgio D’Amato, classe 1966, palermitano.
L’autore apre il suo romanzo con una citazione di Leonardo Sciascia tratta da “Una storia semplice”: «I siciliani, ormai da anni, chi sa perché, si ammazzano tra loro». E infatti questa è una storia di morti ammazzati, di una sicilianità fatta di mezze parole, di giochi di sguardi, tra detto e non detto, di omertà, di faide, rispetto e onore. Di inquietudine e senso di precarietà nello sperare che il prossimo non sia tu.

L’atmosfera tesa di quell’agosto 1982, in cui nei comuni di Bagheria, Altavilla Milicia e Casteldaccia morirono 15 persone nell’arco di 8 giorni. La seconda guerra di mafia, il triangolo della morte, come lo chiamarono i giornalisti.
«Che cosa strana la sorte, qui campi solo perché a nessuno gli interessa di ammazzarti».
Però questa è anche una storia di amicizia, quella dell’io narrante e di Antonio – un’amicizia forte, genuina, di quelle che ti fanno affiorare un sorriso sulle labbra, pura come solo quella dei 16 anni può essere.
E’ la storia di giorni leggeri, passati tra morsi alle angurie, banconi dei bar, pastarelle, chinotti ed un improbabile motobecane. Giornate di chiacchiere, Shakespeare, Pasolini, una pizza, Beethoven, un po’ di rock e un cinema. Una quotidianità spensierata e forse un po’ incosciente, incrinata dai sibili degli spari, dai capannelli di persone raccolti attorno al “mischìnu” di turno.
L’innocenza e il sangue, il male e l’amore. E poi una domanda sopra tutte, una vena rossa che tira le fila: scappare o rimanere? Scegliere il futuro o le radici?
Un bella cronaca dei fatti e dei sentimenti di quegli anni, seguendo i quotidiani dell’epoca, i documenti del Maxiprocesso, le testimonianze dirette, ma soprattutto i ricordi.

Virginia Grassi
“L’estate che sparavano” di Giorgio D’Amato, Mesogea editore, pp. 144.


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