Musica

Prima della Scala tra raffinatezza e timori per la sicurezza

Alberto Corrado
7 dicembre 2015

ANNA NETREBKO GIOVANNA D'ARCO 2

“Eretica! Strega! Recidiva!/ Tutto questo è Giovanna d’Arco?!” chiede con stupore la liberatrice della Francia, nel testo di Temistocle Solera. Sulla scena ecco l’immagine dell’eroina chiusa in una lucente armatura, secondo la tradizione, che non ha riscontro nella piccola e tenera figura a colloquio con Giacomo, suo padre.

Anna Netrebko è stata la protagonista del dramma lirico di Solera, liberamente tratto da Schiller La vergine d’Orléans., musicato da Giuseppe Verdi, “Giovanna d’Arco” ha inaugurato la stagione 2016 del Teatro alla Scala.

E, caso singolare, ecco un’altra opera di meditazione religiosa, nata dopo i Lombardi alla Prima Crociata che fu rappresentata nel periodo di Carnevale del 1845.

Nella morbida Netrebko, avvolta in una veste spoglia , acquista forte evidenza il percorso agiografico che Solera delinea per la sua Jeanne, come risvegliata ad una realtà di cui non aveva consapevolezza.

I due piani scenici – la stanza quasi spoglia e conventuale e la grande cattedrale che s’innalza dal basso palco per ergersi verso il cielo – nel nuovo allestimento erano ben adeguati alla duplicità fisica e psicologica delle presenze in scena e consentivano una mossa articolata delle varie fasi (un prologo e tre atti) che intessono l’opera.

Un intreccio reso vivace dai bei costumi e dall’efficace inventiva della regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier, che imprimeva un ritmo equilibrato tra incombente immobilità corale e densità di movimento scenico, con interventi coreutici.

Le proiezioni video di Etienne Guiol – volti di donne, mani e corpi in amore, sangue, scene di battaglia, fiamme, visioni celesti – si interponevano, coprivano, svelavano, in un’abile mediazione tra esigenze drammatiche e sollecitazione dell’immaginario.

L’attento, rigoroso lavoro di Riccardo Chailly con l’Orchestra del Teatro alla Scala ha messo molto bene in luce la duttile qualità musicale della partitura di Verdi, pronta ad assecondare in varietà di registri la mutevolezza delle situazioni.

Anna Netrebko, intimistica Giovanna, ha circondato il personaggio di un’aura di pensoso stupore, rotto solamente dal grido finale, di commovente intensità.

Al suo fianco, sottilmente insinuante e di esemplare misura, Carlo VII di Francesco Meli, e il bel delineato Giacomo per incisività armoniosa di Devid Cecconi.

Imponente e significativa la presenza corale, all’interno di uno spettacolo compatto e attraente che ha fugato i timori per una serata densa di ansia e paura all’esterno e al di fuori dai consueti sentieri del repertorio canonico.

 


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