La Prima alla Scala e il mio desiderio di un teatro più “giovane”

Nathalie Dompé
9 dicembre 2015

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La Prima della Scala è senza dubbio uno degli eventi più attesi a livello internazionale. Un retaggio squisitamente milanese che tutto il mondo ci invidia.

Quest’anno è andata in scena un’opera d’eccezione come la Giovanna d’Arco. Si tratta di una scelta coraggiosa e significativa. Non solo perché Verdi è uno dei pilastri della nostra Storia; o per l’argomento, capace di fondere insieme tematiche difficili come la guerra e la spiritualità; non solo per la presenza controtendenza di una donna come protagonista; ma anche e soprattutto perché questa è sempre stata pensata come un’opera minore, che tuttavia impone un livello e una precisione lirica incredibile, ed è difficilissimo trovare tenori e soprani all’altezza. Tra i palchi ho sentito un po’ di commenti sul fatto che la Giovanna d’Arco fosse un’opera sicura; per me non lo è affatto: è nuova, poco conosciuta, e dunque in qualche modo più difficile, meno scontata.

Personalmente, non l’avevo mai vista e ho pensato che potesse essere una grande opportunità per arricchire il mio bagaglio esperienziale.

Le mie aspettative per fortuna non sono state disattese e infatti la conclusione è stata un’ovazione e un applauso di 11 minuti per il maestro Riccardo Chailly e per l’incredibile soprano Anna Netrebko.

Una gioia da ascoltare, un grande regalo per il Piermarini che, come sempre, si è confermato come il tempio dell’eleganza e della mondanità. Questo, nonostante il clima di tensione palpabile nell’aria, i controlli di sicurezza, lo schieramento massiccio delle forze dell’ordine: è stata di certo una Prima diversa, più attenta, guardinga. Il momento storico è molto difficile, questo è fuor di dubbio, ma è importante non farsi schiacciare dalla paura. Cambiare le nostre abitudini è già far vincere la logica del terrore.

Quella per il teatro è una passione che ho ereditato e che coltivo sin da bambina. Ho ancora in mente l’immagine dei miei genitori che si vestivano meravigliosamente per andare a teatro, così come ricordo lo stupore e la gioia provati alla mia prima Prima, ovviamente accompagnata dal mio papà. Mi ha aperto il cuore.

Oggi vivo il teatro non solo come una passione, ma anche come un concreto impegno professionale. Ho l’onore di presiedere il Teatro Stabile d’Abruzzo e vivo ogni giorno la passione, la determinazione, la creatività che rendono il nostro teatro una continua fucina di talenti e di bellezza.

Ed è per questo che sono ancor più dispiaciuta del fatto che non sia tramandata a sufficienza questa idea di teatro come occasione di divertimento, di ritrovo, di arricchimento a tutto tondo. Una festa dell’anima, aperta anche e soprattutto ai giovani!

La magia della musica e del balletto, il trasporto degli artisti, ma anche i fasti dell’allestimento – sono un’appassionata delle scenografie di Zeffirelli! – diventano emozioni, meraviglia, vita.

Mi piacerebbe poter condividere tutto questo con i miei coetanei. Ma purtroppo sono davvero pochi i ragazzi che oggi pensano che andare alla Scala sia un divertimento. La percezione più diffusa è ancora quella di un noioso “compito a casa”, di un’occupazione per “vecchi”.
Sbagliano: il teatro può – e anzi, dovrebbe – essere un’occasione aperta a tutti, un’abitudine piacevole, un intrattenimento leggero, un passatempo per stare insieme con gli amici. Il resto è un mito da sfatare.

Qualche tempo fa ero a New York e ho letteralmente costretto i miei amici ad accompagnarmi a vedere una moderna versione del Rigoletto al Met: all’inizio volevano uccidermi, ma poi non ce n’è stato uno che non mi abbia ringraziato.
E allora, il sabato sera, perché non andare qualche volta alla Scala – dopo l’aperitivo?