Lifestyle

Quanto costa il low cost? C’è chi paga davvero il nostro risparmio

Alessia Laudati
7 Maggio 2019

Nella catena gigante degli acquisti il ribasso è nostro, ma il costo effettivo lo paga qualcun altro. Gli aspetti più discutibili di un settore che piace ma che attira anche numerose polemiche etiche

 

Che bello pagare meno. Che soddisfazione potersi comprare una maglietta, portarla per un po’ e poi stufarsi, e continuare comprandone un’altra e un’altra ancora, in tempi brevi, anzi brevissimi, spendendo complessivamente molto meno del budget mensile previsto per lo shopping di un marchio tradizionale da boutique.

Questo è più o meno in sintesi il rito collettivo del cosiddetto fast fashion. Una moda che corre veloce, visto che in media cambia le collezioni ogni due settimane, consuma altrettanto rapidamente e che permette al cliente di cambiare pelle moltissime volte. Con magno gaudio delle aziende, ovviamente. Quella moda, insomma, che vediamo nei colossi dello shopping veloce come Zara e H&M, ma anche Primark e Topshop. Prima ancora di essere uno stile di consumo, è uno stile di produzione. Conveniente per il consumatore, certo. Anche se forse bisogna valutare meglio la durata dei materiali e l’impatto economico-ambientale di comprare a poco e di più, in modo facile e trendy. In fondo è la faccia più piacevole del low cost.

Ma davvero è tutto così idilliaco nel mondo del basso costo? Che cosa vuol dire che il prezzo scende a 8 o 9 euro? Conveniente vuol dire forse che qualcun altro nella catena di produzione e distribuzione paga quello che invece non paghiamo noi?

Nel settore moda il dibattito è aperto. Anche se in realtà il basso costo riguarda anche tanti altri campi, come il trasporto aereo o la tecnologia. Tra gli aspetti più critici di questo sistema ci sono sicuramente la sostenibilità ambientale e il costo del lavoro. Un aspetto, quest’ultimo, su cui la generazione dei millennial era particolarmente attenta, ma che oggi pare essere un tema passato in secondo piano. Sembrano passati anni da quando lo sfruttamento di minori per cucire i palloni dei brand sportivi più noti aveva scioccato l’opinione pubblica – tanto da far boicottare in massa brand come Nike.

Sempre più frequente è infatti delocalizzazione della produzione in paesi in via di sviluppo, dove le normative sul lavoro sono molto più lassiste che in Europa. Luoghi in cui un sarto o un’operaia specializzata possono essere pagato con un versamento da fame, con risvolti spesso drammatici. Testimonianze di questa situazione sono le proteste di numerose organizzazioni internazionali e quelle dei diretti interessati. Di recente la Clean Clothes Campaign ha volutamente disertato il convegno organizzato dal colosso svedese in Cambogia per parlare di salari equi proprio in polemica con il mancato raggiungimento di un salario minimo per 850 mila lavoratori promesso dall’azienda. Gli stessi lavoratori del tessile che in Bangladesh sono scesi in piazza nel 2016, nel 2017 e nel 2018 per chiedere un aumento salariale.

Sul fronte ambientale non va meglio, anche se per fortuna le iniziative green nel fashion system stanno lentamente prendendo piede e qualche risultato comincia a vedersi. Il World Resource Institute racconta come la fabbricazione di una sola maglietta in cotone richieda 2700 litri di acqua, ovvero quanto un individuo beve in media in 2 anni e mezzo.

Se quindi le collezioni si rinnovano in queste quantità, forse qualche problema di eco-sostenibilità, oltre che di eticità, esiste – anche se, ricordiamolo, il tema della moda sporca non riguarda solo i marchi del fast fashion. È vero che molti brand, anche i più blasonati, hanno investito in progetti ecologici e hanno scelto di destinare risorse a organizzazioni dedicate alla salvaguardia ambientale, oltre a lanciare summit internazionali che si occupano di retribuzioni dignitose per i lavoratori. Ma sarebbe meglio approfondire: che non sia un modo – piuttosto economico, peraltro, per ripulire il brand dalla parte della facciata e senza portare avanti cambiamenti davvero significativi?

Come riporta Abiti puliti, il profitto netto di H&M nel 2016 è stato di oltre 2 miliardi di dollari. Basterebbe solo l’1,9% di questa cifra per pagare a tutti i suoi lavoratori in Cambogia i 78 dollari aggiuntivi al mese per garantirgli di vivere con dignità.



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