Leggere insieme

Quei dannati sette capretti

Marina Petruzio
18 Maggio 2019

Sì, sono sette capretti e c’è il lupo, certo. Ma c’è in più l’ironia di Sebastian Meschenmoser in Quei dannati sette capretti edito da orecchio acerbo. C’è quel segno vibrante che tratteggia a matita, veloce, che tutto muove, ripreso poi passando un colore, veloce, che a volte sbava come un rossetto…

Fra tutti, autori e illustratori, Sebastian Meschenmoser è sicuramente colui che meglio sposa letteratura e sorrisi, che spesso poi sono sorrisi sonori. Cultore del colpo di scena, le sue storie iniziano dai risguardi: niente texture o disegno murale, nessun colore piatto di tendenza o meno, nessun richiamo a elementi singoli della storia, il risguardo si fa prologo e prologo muto, bisogna guardare con attenzione e chi non lo conosce si trova a dover tornare indietro, sfogliare a ritroso, perché lì è svelato un segreto. E se si parla di lupo quel segreto va ascoltato a occhi aperti e orecchie tese che si sa come sono i lupi nelle storie, sono soprattutto affamati. Nel mondo dei racconti si son fatti tutti furbi però, e quel che si sente spesso non è il sordo brontolare di un temporale in lontananza, ma il sorprendente lamento della pancia più che vuota del lupo di turno. Guai se non ci fossero i lupi nella letteratura dedicata ai bambini di ogni età! Questo poi di Meschenmoser, oltre ad essere astutissimo e possedere tutte le qualità dei lupi delle storie che si rispettano…si trucca. Il suo piano è sorprendente: nessuna delle astuzie già sfruttate prima entra in gioco, ci mancherebbe ogni lupo nuovo, forte del suo predecessore gabbato, è più scaltro e molto più creativo!

A chi aprirebbero la porta, controllando bene chi è prima di aprire, sette piccoli capretti lasciati soli in casa se non alla loro mamma di ritorno dalle compere? Quindi, largo ai lupi, tacchi e una passata di rossetto rosso sulle labbra e via. E poi: a cosa servirebbero tutti quei tubi di cartone dei rotoli di carta igienica, meticolosamente conservati, se non a confezionare due corna caprine del tutto simili a quelle della mamma dei sette capretti? Eccolo quindi: con le corna ben sistemate, un vezzoso neo sotto l’occhio destro, che con passo marziale e la grazia che solo un passo lungo e pesante può dare a chi porta i tacchi forse per la prima volta, procede sicuro, che anche frontespizio e editore lasciano spazio all’avanza del lupo verso la casa dei sette capretti, e nessuno avrebbe mai potuto pensare che non fosse proprio la mamma quella che stava suonando alla porta…e fu così che sette capretti chiaramente affaccendati in giochi assortiti e abbigliati per l’occasione aprono a un lupo. Il discorso del lupo in mentite spoglie prevedeva un sonorosissimo BUH! che avrebbe dovuto smascherarlo subito, quanto terrorizzare i sette. Poi com’è e come non è, sarà per la palla in mezzo alle zampe, sarà per i tacchi, il lupo scivola, barcolla e si schianta al suolo. Ora, non sarebbe affatto stato un problema rialzarsi e rincorrere i capretti, se non fosse che questo è un lupo ordinato, affetto da botte di riordino improvvise che gli fanno perdere il filo dei suoi biechi fini, riesce a mettersi in modalità domestica e sino a che non ha finito nessun altro pensiero lo può sfiorare.

Chi se non Sebastian Meschenmoser poteva trasformare il lupo dei sette capretti in domestica – e la casa della famiglia capretti non era certo piccina! Tre piani di anni di disordine!! Ma l’ironia e i colpi di scena non si fermano certo qui, su uno scivolone, un rimprovero urlato a sette discoli capretti che paiono vivere in un porcile…piccolo indizio…Lo sguardo di mamma caprona al rientro dalle compere vale un Oscar cinematografico come miglior attrice, ma anche la costumista devo dire non scherza davvero, tra camicie hawaiane e Lederhosen tirolesi.

 

 

Quei dannati sette capretti
di Sebastian Meschenmoser
edito orecchio acerbo
euro 13.50
età di lettura: per tutti



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