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Raccontare il fat power senza promuovere l’obesità: impariamo da Roxane Gay

Alessia Laudati
20 Febbraio 2019

La celebrazione del grasso può essere senza limiti? La lezione di una voce della fat acceptance che ha quasi cambiato idea.

Il punto più critico del fat power, che da anni e in diversi settori prova a ridurre lo stigma negativo nei confronti delle persone in lieve sovrappeso – le famose curvy – e nei riguardi di quelle obese, è che nel volere giustamente includere diversi corpi femminili nella normalità, ha rinunciato spesso a parlare dei rischi per la salute nelle persone patologicamente obese.

Uno dei punti della fat positivity è rendere visibili i corpi oversize in contesti dove prima erano del tutto marginalizzati. La moda, la musica, la pubblicità, la scrittura – ad esempio. Tutto è celebrazione del grasso. Ragionando per assolutismi opposti, se le donne magre sono diventate tout court il simbolo della vittoria del patriarcato e di una visione maschilista del mondo che le tratta come oggetti o come merci, le donne grasse sono invece simbolo di liberazione, di progresso e di positività. Non vanno solo raccontate ma incoronate come reazione automatica a momenti di pura oscurità.

Qualcosa però nel rapporto tra movimenti di fat acceptance e realtà si sta pian piano incrinando. E il punto focale è questo: si può raccontare l’obesità senza per forza promuoverla? Le stesse voci più forti della fat positivity ultimamente stanno cambiando opinione sul fatto che essere gravemente obese – e non solo curvy – sia un aspetto sul quale evitare di riflettere. Così è sempre più urgente cercare di trovare un compromesso tra la promozione dell’obesità e la protezione da un atteggiamento sociale che discrimina.

Roxane Gay scrittrice americana oversize che nel 2017 ha scritto “Hunger” (“Fame – Storia del mio corpo” in Italia pubblicato da Einaudi Stile Libero), è una delle identità più incisive della fat positivity. Nel suo memoir ha raccontato l’abuso sessuale che ha subito a dodici anni e il difficile rapporto con il suo fisico. La prospettiva della Gay è interessante perché racconta la realtà di persona obesa senza modellarla sulle aspettative tradizionali della società e forse può persino ispirare un nuovo storytelling sull’obesità. Sa che tutti ci aspettiamo dalle sue parole una qualche associazione tra aspetto esteriore del corpo e felicità, e così le svia appena possibile. Non dice mai espressamente “voglio dimagrire” ma “stare bene con il corpo”. Non dice mai “magro è bello”, e non associa forzatamente il benessere con la perdita di peso. Allo stesso tempo, ed è solo una delle sue contraddizioni, rivela di guardare con invidia e disperazione tutti quei reality dove le persone riescono a dimagrire di tantissimi chili. Non è per furberia se non fornisce sintesi o modelli unici ai quali aspirare. Invita tutti ad accettare il suo tentativo di stare al mondo come una lotta. Perché risolvere il rapporto complesso tra fisicità e felicità non è come firmare un armistizio e non riguarda solo le persone fortemente in sovrappeso.

A sorpresa, però, nel gennaio 2018 la Gay si è operata di gastrectomia verticale parziale, un intervento che serve a ridurre il volume dello stomaco e a perdere molti chili rapidamente. Poi quattro mesi dopo l’operazione ha scritto un pezzo su Medium dove ha espresso le sue paure relative all’intervento tra cui quella di essere additata come una traditrice del fat power. Il problema di Roxy è anche quello di una società intera. Ossia riuscire a parlare delle differenze che esistono tra sovrappeso e obesità e del disagio che può o non può provocare un corpo in grande sovrappeso senza creare esclusione sociale e shaming nelle persone che vivono questa condizione e che non per forza vogliono trasformarsi. È lo stesso terreno scivoloso sul quale ci muoviamo anche noi. Come risolverlo senza cadere nella grassofobia? A me piace l’espressione “umanizzare”. Si ascoltano le loro voci e le loro storie più che imporre una forma mentis o un giudizio. Certo, il paradosso di partenza esiste e non accettarlo significa sostanzialmente silenziare il dibattito in partenza. Non chiedi a una persona con gli addominali scolpiti perché ha deciso di essere così e di certo non ti metti seduto ad ascoltare il suo vissuto di epifanie e rivelazioni repentine. Ma se non si prova nemmeno a parlare delle conseguenze possibili per la salute causate dall’obesità per paura di risultare politicamente scorretti o di non riuscire a superare le critiche, non sono davvero sicura di poter dire che stiamo facendo davvero un gesto a favore alle donne.

 



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