Cinema

Regression, tra mistery e horror

Giorgio Raulli
3 dicembre 2015

Regression

Minnesota, 1990. Il detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) sta indagando da tempo su possibili riti satanici che si svolgerebbero all’interno di una comunità. In particolare, la giovane Angela Gray (Emma Watson) accusa il padre (David Dencik) di cose oscene; inaspettatamente l’uomo ammette le sue colpe, dichiarando però di non averne memoria. Per aiutarlo a rivivere i suoi ricordi, viene chiamato un noto psicologo, il dottor Raines (David Thewlis), che applicherà una screditata tecnica psicoterapeutica (di “regressione”), ai limiti dello scientifico. Ciò che ne deriverà porterà allo scoperto un orribile mistero.

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In Regression, il regista spagnolo Alejandro Amenábar (che ha diretto molti film culto come Tesis, Apri gli occhi, The Others, Agora e Mare dentro, con cui ha vinto l’Oscar per il Miglior film straniero nel 2005) esplora il mondo dell’occulto e della para-psicologia; la pellicola infatti si focalizza sul tema dei falsi ricordi, provocati da una isteria di massa ispirata alla reale ondata di credenze e suggestioni legate ai riti satanici molto diffusi negli Stati Uniti tra gli anni ’80 e ‘90. Il film vuole porsi come un thriller/horror che viaggia più sui binari del mystery psicologio che del vero paranormale. È forse questa la ragione per cui le scene “di paura”, seppur ben girate, non sortiscono fino in fondo l’effetto sperato, proprio perchè si percepisce sempre un conflitto tra l’essere costretto del regista nel ricreare soliti cliches e la voglia di rompere gli schemi, tentando di inserire nel suo racconto sentimenti di tensione di altra natura rispetto e oltre i classici “spiritismi”.

"Regression" Day 19Photo: Jan Thijs 2014

Regression resta in un limbo che non convince in pieno: la narrazione sembra sempre che non vada fino in fondo alle sue piene potenzialità, iniziando in un modo, seguendo un certo genere, per poi cambiare natura; la pellicola si divide tra una gestione realistica della storia e una trattazione più vicina ai generi del dark fantasy e dell’horror, cercando di conciliare entrambe le cose. Se da un lato si tratta di una sorta di esperimento per Amenabar, dall’altro rischia di lasciare un senso d’insoddisfazione nel pubblico. Detto questo, anche qui si riconoscono i temi d’autore del regista premio Oscar, come il dualismo tra essenza e apparenza, che rimandano al passato successo di The Others, che di certo però rimane un’ambizione lontana per Regression.

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Tra i pregi del film c’è senza dubbio la fotografia, diretta da Daniel Aranyo, ottima per evocare angoscia e malinconia, soprattutto durante i notturni giri in macchina sotto la pioggia. Anche il cast merita un plauso, in particolare a Dencik e a Etan Hawke, che riconferma pienamente la sua meritata rinascita professionale. Ma è sempre la storia a farla da padrone in un film e in questo caso i dubbi restano sebbene la struttura e gli interpreti siano efficaci. L’approccio di Amenabar, forse volutamente incoerente, conferisce al suo lavoro una sorta di dimensione sperimentale, senz’altro apprezzabile, nonostante il mix tra horror e mystery possa lasciare un po’ insoddisfatti e disorientati gli spettatori, in particolare gli amanti più ferventi dell’horror. Forse Regression può piacere proprio perchè va un po’ fuori dai binari, per così dire. Al cinema dal 3 dicembre.


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