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Revenge porn, quando la vendetta è un piatto cibernetico

Alessia Laudati
2 Aprile 2019

Cosa possono fare gli utenti per cambiare la percezione culturale di una violazione della privacy? E come difendersi senza assolutismi?

 

Le foto hard dell’ex deputata Giulia Sarti sono vecchie ma il dibattito sul furto di privacy è attualissimo. Oggi, a più di qualche giorno dallo scandalo che ha visto circolare di nuovo le immagini intime della politica rubate qualche anno fa, più un video poi rivelatosi – pare – un fake, la vicenda rischia di dividere. E per due motivi. Uno è l’atteggiamento tenuto da parte di molti utenti di fronte alla ricezione delle foto e del video sul proprio smartphone. L’altro riguarda invece un’educazione digitale responsabile che ancora non c’è.

Partiamo dal primo aspetto, cioè da cosa possiamo fare come semplici utenti per non essere complici di una violazione dell’intimità di una persona e della diffusione di immagini pornografiche che la riguardano senza il suo consenso. L’emendamento sul revenge porn è stato appena approvato ed è una buona notizia. Nel frattempo possiamo provare a incidere sui comportamenti che rendono il revenge non solo fortemente connesso con il fenomeno della viralità, ma anche possibile grazie a un generale atteggiamento di passività (che la legge sanzionerà) degli utenti. È infatti ipocrita dire che il comportamento del singolo quando riceve un contenuto privato sul proprio device o raccoglie l’invito di un amico, non abbia un peso.

Ovviamente chi ruba o diffonde le immagini per primo con lo scopo di rovinare la reputazione e l’immagine della persona coinvolta non può essere messo sullo stesso piano di chi riceve quei materiali e decide di passarle, magari sghignazzando, al conoscente o amico. Però tutti noi possiamo fare qualcosa. Cioè decidere: l’opzione a, ossia se guardarlo senza diffonderlo, l’opzione b, guardarlo e diffonderlo, oppure la c, non guardarlo proprio e magari sottolineare la questione con chi ce l’ha inviato. Il fatto è che a volte ci “accontentiamo” del piano b, senza sentirci troppo coinvolti, trincerandoci dietro un “Ehi, l’ho solo guardato”. Non comprendiamo invece che anche questo è un atteggiamento di passività simile a quello di chi assiste a un episodio di discriminazione o violenza senza intervenire. Certo non lo provoca, ma nemmeno ne prende le distanze, se non a parole.

Altro tema è invece quello della necessità di un’educazione digitale maggiore. Siamo d’accordo che la libertà di fare quello che si vuole è sacrosanta e che l’ago della bilancia deve stare su chi compie un reato e non su chi lo subisce. Ma fare nell’ambiente reale è una cosa; riprodurre, registrare e conservare quell’atto nel digitale, è un’altra. Essere consapevoli che determinate immagini sono più accessibili di ieri e lo sono più velocemente se non rimangono nel proprio privato, se non sono protette o se capita che una sola persona non ne condivida il patto di segretezza, è qualcosa di cui dobbiamo dotarci come riflessione. Non è come proibire alle donne di girare in minigonna, ci mancherebbe, ma è come dire loro che esiste un dispositivo al peperoncino per difendersi se malauguratamente dovranno averne bisogno.

Non restrizioni della libertà personale ma accorgimenti sensati. Chiediamo troppo se diciamo che questa vicenda può aiutarci a fare un passo in più tenendo ben presente chi sono i buoni e chi sono i cattivi?



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