Ricordo di Natale

Alberto Corrado
25 dicembre 2015

IL CAMINO DI CASA A NATALE

Il Natale della mia infanzia è legato al sapore e al gusto della preparazione degli addobbi, al diletto di sentirsi grande ogni anno di più, quando in punta di piedi riuscivi a porre la stella cometa – anche se immancabilmente storta. Al piacere di accendere le lucine che facevano corto circuito ed avevi la certezza che il nonno era “un supereroe”, perché curava quelle malate che non si accendevano più.

Per me, il momento più bello era la notte della Vigilia, lo scambio dei regali e le buste sotto il piatto con le mille lire, mentre le donne di casa si armavano delle cosiddette “parananze”, i classici grembiuli da cucina, in dialetto napoletano.

Il camino spruzzava i lapilli di un ciocco grande e sulla stufa a legna bollivano in un turbinio vulcanico di vapore e borbottii le carni scelte per il “lesso” del pranzo natalizio.

APERTURA

La preparazione delle libagioni iniziava una settimana prima ed era esclusivamente “cosa da donne”.

Tre generazioni di femmine si sedevano intorno al vecchio tavolo della sala da pranzo, sul quale nonna Piera aiutava la mia mamma ad eseguire in maniera veloce la fattura dei cappelletti.

Nonna, mamma, zie e cugine sopra il tavolo innevato di farina realizzavano questi piccoli miracoli di bontà, mentre il brodo impassibile bolliva appannando tutti i vetri sui quali io disegnavo faccine ridenti o silhouette di donne.

Io avevo il compito di allineare su vassoi di cartone i ravioli, piccoli soldatini in fila pronti al gran tuffo in pentola per il pranzo natalizio. Qualcuno finiva di nascosto in bocca degustato in tutta la sua squisita crudità.

Gli unici a non gioire in questo cerimoniale rito di preparazione alla festa erano il fido cappone, gli scintillanti capitoni e gli starnazzanti volatili da cortile, sacrificati dalle donne che li “conciavano per le feste”.

L’effluvio che si rincorreva in quella grande stanza immersa nel grasso vapore tagliato dall’affumicato respiro del camino copriva l’olezzo del cappone crudo bruciacchiato, annientato dal rassicurante e dolciastro aroma del brodo, sovrastato dal puro odore atavico della pasta che usciva dalle mani come magica carta velina.

La sacralità della preparazione era seguita da racconti delle storie della mia famiglia: sussurrati e mimati i più audaci, sbandierati altri, diventavano quasi delle leggende nel mio immaginario. Storie di guerre senza Natale, di cibi che non c’erano e di dispense in povertà.

In cucina prendevano forma le delizie che avrebbero sedotto i palati del resto del parentado, mentre i maschi stavano in salotto: zii, cugini, fratelli e nonni con l’immancabile “borsalino” della festa.

Natale-Camino-Festive-1800x2880

Questo era il mio Natale, matriarcale, ridondante, infinito come l’abbraccio della mia nonna Piera, troppo tanta per riuscire a congiungere le manine, che mi lasciava la farina sulla guancia quando mi appoggiavo al suo grembiule.

La cena della Vigilia e il pranzo del Natale sono sapore e fragranza indelebili della mia infanzia. Ho dimenticato qualche volto, ma se chiudo gli occhi nei gusti e nei rassicuranti odori prendono magicamente forma le persone che ho amato e che per tutta la vita gusterò come cibo migliore per i miei ricordi.