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Sanremo 2020: tra ex, primiuomini e (molto) pride

Alessia Laudati
11 Febbraio 2020

Hanno vinto la canzone contro l’oblio sentimentale e i baci esibiti di Achille Lauro (con un perché): ecco cosa ci ha colpito di più di questo Sanremo 2020

Finale da 11 milioni di spettatori, 61% il gradimento dei giovani, 37 milioni di ricavi in pubblicità: numeri da record per il Festival di Sanremo 2020, che però non ci dicono ancora troppo della sua anima.

Questa è stata la kermesse del pride, quello dell’orgoglio urlato rispetto alla propria diversità di Achille Lauro; ma anche dei primiuomini (i veri litigi per apparire sono stati quelli di Fiorello-Ferro e di Morgan-Bugo), persino degli ex che ti negano il privilegio di dimenticare dedicandoti una canzone – “Fai rumore” – che vince il primo posto. Insomma, una manifestazione in cui non ci si è di certo annoiati.

Ma partiamo dall’inizio. Ossia dall’eccesso di Achille Lauro in gara con “Me ne frego”, che durante la prima sera ha omaggiato San Francesco rimanendo solo con una tutina trasparente sul palco; durante la seconda ha invece ricordato David Bowie, per poi trasformarsi nella Marchesa Luisa Casati Stampa e infine in Elisabetta I Tudor. Nel mezzo, esibizioni di seminudità del corpo maschile e baci con il chitarrista Boss Doms. Insomma, uno show dell’eccesso, considerando la natura tradizionale di una manifestazione come Sanremo. La stravaganza dell’artista e il richiamo a una sessualità fluida – o apertamente omosessuale – ha però fatto sorgere più di qualche domanda: che bisogno c’era di esagerare in tutti i sensi? Probabilmente chi condivide il fastidio per una performance volutamente esuberante non ha mai sentito parlare del concetto di pride: l’orgoglio con il quale le minoranze oppresse esibiscono la propria natura con fierezza per rivendicare anni di silenzio. Il pride non può quindi non fare rumore, deve essere incisivo e altrettanto di impatto, proprio perché risponde a un tentativo violento di stigmatizzare e far vergognare chi ha una natura “differente”. E chi pensa che ciò che è diverso debba sì esistere, ma senza farsi vedere troppo, senza apparire in prima linea, ha decisamente un problema di tolleranza.

Poi, cambiando leggermente discorso, ci sono gli uomini del Festival. Parliamo di quelli che sono saliti sul palco e che per usare un’espressione di Amadeus molto criticata, stanno un passo avanti alle donne e in prima linea. Ecco, questi uomini, hanno litigato quasi tutti. Fiorello contro Ferro per una battuta di troppo e per chi ha occupato irragionevolmente il palco (occupy the Ariston). Morgan contro Bugo a causa di una rivalità artistica. Insomma, alla fine chi è sembrato meno capace di condividere e dividere il Festival nelle tante anime di cui è composto è stato proprio il genere maschile.

Infine, la nota romantica. Diodato vince con “Fai rumore”, canzone dedicata a come gestire un addio e a quel rumore che è l’antitesi di un sentimento che provoca invece solo indifferenza. In gara c’era anche la sua ex fidanzata Levante, alla quale Diodato ha detto di aver dedicato (in parte) il brano trionfatore – salvo poi ritrattare su Repubblica la dichiarazione rilasciata in diretta a Domenica In. E anche questa, a suo modo, è stata una novità dell’Ariston. Due concorrenti, due ex amanti che si ritrovano anche solo sfiorandosi al quale uno fa il regalo più bello o la condanna maggiormente beffarda – dipende da come la si vede. Donare una canzone che parla di ciò che si è stati sentimentalmente e che entra nella storia. Un brano che allontana quindi la paura più grande di tutti gli ex: ossia quella di essere dimenticati. Colpaccio per Antonio Diodato.



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