SOS Stalking: come combattere il silenzio

Virginia Francesca Grassi
1 marzo 2013

Dopo l’intervento di ieri, l’avvocato Lorenzo Puglisi e la psicologa Elena Giulia Montorsi, continuano a parlarci di stalking e dei mezzi con cui contrastare questa problematica sociale che colpisce sempre più donne – ma anche uomini – nel nostro Paese.
E ci raccontano della loro associazione: SOS Stalking, che si occupa di fornire gratuitamente tutela legale e psicologica alle vittime.

In Italia il reato di stalking è entrato in vigore nel 2009. Quali sono le pene previste per i colpevoli? Lei ritiene che il provvedimento abbia nei fatti raggiunto lo scopo?
Salvo che non vi siano aggravanti, lo stalker è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Oltre ad una pena relativamente severa, va dato atto al Legislatore del 2009 di essere riuscito a colmare una grave lacuna del nostro ordinamento giuridico – che sino ad allora contemplava esclusivamente i reati di minacce o di molestie presi singolarmente, senza cogliere l’unicità del problema – adottando misure cautelari specifiche quale, ad esempio, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima.
Certo, è stato solo un primo passo: il problema esiste ancora e per nessuna ragione al mondo dobbiamo abbassare la guardia.

Secondo lei lo Stato e le Istituzioni dovrebbero attivarsi maggiormente a livello giurisdizionale e tramite progetti educativi e sociali? Come dovrebbero intervenire per eliminare il problema?
La realtà è che spesso lo strumento della giustizia non è in grado di placare l’animo del persecutore che, proprio per le patologie psichiche di cui è affetto, difficilmente dà credito ai magistrati o alle forze dell’ordine interrompendo la propria condotta.
In questi casi sarebbe sicuramente auspicabile un percorso psicoterapeutico specifico anche se, per il momento, gli interventi istituzionali sono praticamente assenti e le ricerche sul trattamento sporadiche e prive di coperture finanziarie.

Nel 2010 è nato SOS Stalking, di cui lei, Lorenzo Puglisi, è ideatore e Presidente. Da cosa trae origine e quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta a sviluppare il progetto?
L’idea di fondo è stata quella di unire in un unico team avvocati e psicologi fornendo alle vittime di stalking uno strumento telematico attraverso cui dialogare direttamente con i professionisti del settore, via skype o via email. In questo modo, abbiamo accorciato le distanze che generalmente vengono avvertite dalla gente comune e abbiamo dato la possibilità a chiunque di ottenere gratuitamente una consulenza legale e psicologica.

Come reagire quindi alla violenza? Quali sono gli step per entrare in contattato con SOS Stalking e in cosa consiste l’aiuto che date alle vittime?
SOS Stalking fornisce consulenze per tutti coloro che ritengono di essere vittime del reato di stalking secondo un preciso modello studiato con gli avvocati e gli psicologi del team che prevede varie fasi:
1-Richiesta di aiuto. Ogni vittima di reati persecutori deve avere la forza di chiedere aiuto. Ecco perchè sulla prima pagina del sito – www.sos-stalking.it – sono presenti due specifiche modalità dirette: scrivere un messaggio a cui si avrà risposta entro 48 ore, oppure chiamare gratuitamente via skype e parlare direttamente con l’avvocato o con la psicologa nei giorni prestabiliti.
2-Consulenza. La prima consulenza della vittima si tiene con l’avvocato e la psicologa presso gli uffici di SOS Stalking al fine di valutare insieme come poter affrontare al meglio la situazione in cui la persona si trova.
3-Piano legale. Gli avvocati forniscono alle vittime una consulenza gratuita finalizzata ad individuare lo strumento migliore per intervenire nel caso concreto: viene valutata, cioè, la possibilità di denunciare direttamente lo stalker, o quella di procedere con il suo preventivo ammonimento da parte del Questore.
4-Sostegno psicologico. E’ importante che le vittime siano supportate in un momento così difficile. Il team propone almeno cinque sedute tra la vittima e la psicologa, a seguito delle quali si potranno intraprendere due strade. La prima è di seguire una serie di colloqui a livello individuale, la seconda è quella di partecipare a un gruppo di sostegno insieme ad altre vittime di reati persecutori.

Dunque, la denuncia non rimane unicamente uno strumento di tutela personale, ma diviene anche mezzo di rieducazione civile per arginare il problema. Ecco perché bisogna insegnare alle vittime a parlare, ad aprirsi, a farsi aiutare.

Sono infatti ancora moltissime le violenze che rimangono in una zona d’ombra, celate e al di fuori delle statistiche: infatti si stima che solo il 30% dei reati venga denunciato e il fenomeno è in continua crescita.

Intervista a cura di Virginia Grassi