Leggere insieme

Sredni Vashtar

Marina Petruzio
17 Novembre 2019

Di “Sredni Vashtar” di Hector Hugh Munro in arte Saki, un racconto ampiamente percorso dal cinema di ogni tempo, Orecchio Acerbo fa un albo, ma ancora prima un progetto all’interno del corso di illustrazione nel master Ars in Fabula, ed è così che si realizzano le illustrazioni di Francesca Pusceddu.

Chi fa le boccacce dalla copertina non sta giocando, non qui, non in questo posto e non ora. E non è solo un bambino finalmente spettinato, che si è slacciato, come sommo atto di ribellione, il cravattino per annodarlo, come un ribelle, sulla fronte attorno alla testa. Quel cravattino, etichetta di una società per bene che vuole i bambini ordinati, puliti, silenziosi, così perfetti da essere asettici come oggetti e per altro, in questo caso, un oggetto non desiderato e di ingombro. È bensì l’immagine dell’infanzia che resiste, si fortifica, invoca un Dio immaginario nel suo vasto immaginario ed è ascoltata. È l’infanzia che vince sul mondo adulto e se ne beffa. Bocca aperta e deformata dalle mani che la tirano e la allargano, denti a vista, quelli che hanno ancora quello spazio tra l’uno e l’altro, lo spazio per qualcosa di più grande che verrà, sicuramente ma non ora, e lingua fuori, lanciata in avanti in uno sberleffo che è un urlo di vittoria. Te l’ho fatta e ho vinto! Qualcuno mi ha ascoltato, ha ascoltato il mio più grande desiderio e ha fatto qualcosa per me. Ora sono libero di farti le boccacce, non puoi più nulla contro di me.

Conradin, così si chiama, è lo stesso bambino che si incontra poco più avanti, superati i risguardi di un intenso colore arancione. Un bambino perfetto: a riga e squadra i suoi capelli, lo scollo della canottiera, le calze perfettamente tirate su, sotto al ginocchio, non tradiscono disattenzioni. I pantaloni, forse troppo corti, sotto a un pullover molto per bene. E naturalmente il papillon che la cugina gli sistema a modo davanti allo specchio, sovrastandolo con la sua figura e quel gesto così invasivo. Conradin è un bambino che conosce la solitudine, affidato a una cugina che lo accoglie solo per senso del dovere e per mantenere alta la sua rispettabilità agli occhi degli altri; è chiaramente non voluto, insopportabile presenza, da umiliare, limitare, ingabbiare. Nessun gesto affettuoso, nessun moto di comprensione, nessun sentimento – solo coercizione, atti punitivi che sottraggono quel poco che sa dare piacere, anche solo una fetta di pane abbrustolito con del burro sopra. Sa bene Saki come narrare questo vuoto, la malvagità del più forte sul più debole.

Non resta che l’immenso immaginario, panacea di ogni male, promessa di momenti sereni, terra di appaganti scorribande, un mondo proprio, solo proprio.

E poi l’affidarsi a un’entità immaginifica più grande ancora quando il destino si fa più crudele del possibile, affidare a qualcuno altro il proprio destino, qualcuno che possa concederti una grazia. La grazia dell’ascolto. Concedimi una grazia, Sredni Vashtar. Così Conradin prega ogni sera, questo suo Dio furetto rinchiuso nel capanno degli attrezzi, lì lasciato dal garzone del macellaio in una gabbia dalle sbarre fitte. Inginocchiato nella sua camera spoglia si sente un tutt’uno con quel suo furetto amato e temuto, eletto a suo Dio onnipotente. E in quel mantra le menti si collegano, l’aria si tinge di arancione e Sredni Vashtar colpirà per liberare sé stesso e il bambino.

Se la storia può essere nota a un pubblico adulto, nell’albo illustrato le illustrazioni narrano di quella grande capacità dell’infanzia di andare oltre e altrove. Se tutto sta tra i grigi e i neri della lugubre fissità di una situazione senza uscita, gli occhi e l’espressione del piccolo Conradin vanno altrove, superando il racconto. È il bambino che guarda e si guarda allo specchio vedendo la realtà dei fatti dura, durissima, affidato a una donna sola, infelice e invidiosa, incapace anche del più piccolo gesto affettuoso. Nel grande specchio Conradin mette in luce sé stesso la sua tristezza, ne prende atto. Seduto sulle scale, in chiaro, colore della luce e dell’infanzia, l’espressione sul viso di Conradin si fa sognante: sconfinare nel regno della sua immaginazione esclude l’essere che lui odia più di ogni altro essere al mondo. È l’infanzia che fugge, si libera, trova un luogo di pace. Quell’occhio rotondo, aperto su un mondo di cui percepisce, vede l’ipocrisia dietro a tanti occhi allungati, socchiusi a sguardi taglienti. Quell’occhio che si abbassa, gonfio di lacrime che non sgorgheranno, che si vela come febbricitante quando l’infanzia arretra, ferita dall’ennesimo colpo. Poi ci sono le posizioni dei piedi di Conradin a parlare di lui, in quelle stringate bicolor, o scalzo seduto sul lettino di un dottore troppo adulto per capire di bambini, dove il piede, vestito dalla calza cerca l’altro vi si strofina per ritrovare un pezzetto di calore, un contatto reale. Sono gli occhi e i piedi che parlano dell’attesa che in quell’attesa attendono socchiudendosi, chiudendosi, sovrapponendosi, cercandosi.

E così facendo e pensando, scrutando quegli occhi che guardano e si guardano, si torna in copertina da quel Conradin liberato che può slacciarsi il cappio, spettinarsi i capelli, liberare la lingua, sventolare le orecchie, rimboccarsi le maniche, slacciarsi le scarpe e imburrarsi finalmente una fetta di pane, con estrema soddisfazione, lo sguardo che si fa goloso posandosi sul vasetto di marmellata. Ora nessuno più gli sottrarrà quel piacere.

 

Sredni Vashtar
un racconto di Saki
illustrato da Francesca Pusceddu
edito Orecchio Acerbo
16€
età di lettura dai 10 anni