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St. Etienne, città del design

Carla Diamanti
20 Dicembre 2018

Sembra una provocazione. Anzi, forse lo è, e già dal titolo, “L’ornement est un crime”, cioè l’ornamento è un crimine, insomma tutto ciò che serve ad abbellire, decorare e modificare in qualche modo la funzione principale di un oggetto va condannata.

Una provocazione che arriva dalla Cité du Design di St. Etienne, la città francese che ha ottenuto il riconoscimento UNESCO di “città creativa”. Negli spazi espositivi di questo enorme complesso salvato dall’abbandono e trasformato in centro di formazione e di ricerca (oltre che nel braccio e nella mente della Biennale del design, che si terrà dal prossimo 21 marzo), la provocazione prende forma attraverso un percorso espositivo che racconta l’evoluzione del design nel XX secolo. Circa un centinaio di opere che illustrano come l’oggetto, considerato inutile, borghese e primitivo, sia diventato sempre più essenziale, adeguandosi e anzi modificando gesti, spazi e dimensioni della nostra vita quotidiana.

Il viaggio comincia all’inizio del Novecento, quando l’ornamento inteso come oggetto per rendere più bello il nostro corpo e lo spazio in cui viviamo, venne totalmente rinnegato, rifiutato. Il titolo della mostra si rifà infatti al libro dell’architetto austriaco Adolf Loos, che nel 1908 condanna radicalmente l’istinto umano di ornarsi. Così, abbracciato anche da Le Corbusier, prende vita un movimento che trasforma la funzione dell’ornamento: ogni oggetto, seppur progettato alla luce di una visione artistica, non è mai fine a sé stesso ma deve sempre essere riconducibile a una necessità. I primi oggetti esposti, risalenti all’inizio del XX secolo, esprimono la potenza della semplicità, sostenuta dai modernisti. L’oggetto è spogliato, privato da fronzoli e ridotto all’essenziale. Così erano le sedie di Thonet, e quelle di Hoffman, che razionalizza le forme proprio come Le Corbusier che reinventa anche lo spazio e standardizza l’habitat dell’uomo moderno. La cucina diventa centrale, le dimensioni sono calcolate in base ai passi necessari per muoversi, gli oggetti industriali vengono riletti e trasformati in materiale di decorazione. Mondrian include i tre colori primari nell’architettura e ne fa ornamento: il rosso del sangue, il blu della terra e il giallo del sole. Negli anni ’50 la cucina si riempie di oggetti funzionali e racconta del progresso che porta in casa acqua, elettricità e gas. I piccoli elettrodomestici introducono una sezione che è come un déjà vu in cui si ritrovano frullatori e tritacarne, pyrex e contenitori di plastica, oggetti che suonano familiari e che illustrano un nuovo modo di vita, in cui si comincia ad accelerare e agevolare, oltre che conservare. Le donne escono dalle cucine per integrarsi nel mondo del lavoro. Qualche decennio ed ecco gli oggetti “nomadi”, quelli cioè pensati per adeguarsi ai nostri movimenti. Spariscono i fili da telefoni, giradischi, radioline. È l’anteprima della rivoluzione contemporanea e non è un caso se alla fine del percorso un’altra frase lascia spazio alla meditazione proprio come la prima. Questa, però, arriva dai muri di Nanterre e porta una data: 22 marzo 1968. Cosa dice? “Professori siete vecchi, la vostra cultura anche”.

 

“L’Ornement est un Crime”, fino al 6 gennaio 2019
Cité du Design, www.citedudesign.com

 

www.thetraveldesigner.it

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