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Taurisano, al centro del tacco

Carla Diamanti
21 Febbraio 2019

Quindici chilometri, o poco più. Sono quelli che separano Taurisano dal mare Ionio e da quello Adriatico, dai miti su Santa Maria di Leuca, la “fine del mondo”, e dalla confusione estiva delle località balneari salentine. Bastano quei quindici chilometri a proiettare chiunque in una dimensione diversa, fatta di gente e di luoghi che in apparenza sembrano comuni ma che poi si rivelano una sorpresa.

Nella piazza centrale di Taurisano, dominata dalla Chiesa madre e incorniciata fra palazzi storici e piccole corti nascoste fra le case, lo scandire delle ore si percepisce dal colore della facciata. La pietra locale, usata a profusione per realizzare gli edifici di culto (e non solo), assorbe e restituisce la luce del sole, accendendosi nelle ore più calde e poi tornando lieve quando i raggi diventano obliqui, prima che il cielo si accenda di quel blu che rapisce gli sguardi e invita a contemplarlo. Dietro alla Chiesa della Trasfigurazione di Cristo, la piccola cappella di San Nicola, ora in restauro, è gestita da una delle tante confraternite di Taurisano incaricata anche dell’organizzazione della festa del patrono, Santo Stefano, che curiosamente non si festeggia il 26 dicembre ma all’inizio di agosto, quando gran parte dei tanti emigranti fanno rientro a casa. Dietro, l’antico palazzo ducale, oggi sede del Municipio (i bellissimi soffitti affrescati si possono ammirare su appuntamento), continua a svolgere il ruolo di fulcro della vita cittadina. A fargli da contrappunto, altri edifici di culto. Sono tanti, considerate le dimensioni della città, e il loro numero racconta di un passato nobile e religioso, di dispute e di accordi, come quelli che regolano sacro e profano, parroci (sono quattro!) e amministratori. Nella città in cui nacque Giulio Cesare Vanini, il filosofo cinquecentesco divenuto uno degli esponenti del “libertinismo erudito” e che fece della ragione e della libertà di pensiero una bandiera, i fedeli si raccolgono nella Chiesa della Madonna della Strada, la più antica della città. Era una delle tappe lungo il percorso del pellegrinaggio che portava al santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, dove con la terraferma si credeva che finisse anche il mondo. All’interno, dove un gioco di restauri e rifacimenti ha ridisegnato la Chiesa – l’unica in stile romanico – ad accogliere i visitatori c’è un altare che guarda di lato, e, nascosta, la nicchia in cui la statua della Madonna riposa tra una processione e l’altra. Ai suoi piedi il cestino con la cintura di cera che l’8 settembre di ogni anno viene posta attorno alla chiesa per ricordare il miracolo illustrato nel dipinto sopra l’altare, dove un mercante di gioielli, assalito dai briganti e salvato miracolosamente, fa dono della sua cintura d’oro alla Madonna.

La giornata comincia al Caffè Italia, incorniciato da palazzi di inizio Novecento. La tradizione locale vuole che il celebre pasticciotto leccese, preparato con pasta frolla leggermente salata e ripieno di crema, invece del solito espresso accompagni il “caffè salentino”, preparato con ghiaccio e latte di mandorla. Il rituale della preparazione segue un protocollo preciso: il caffè caldissimo, versato su un bicchiere di vetro con due cubetti di ghiaccio e un po’ di latte di mandorla, va zuccherato rapidamente e girato con il cucchiaino soltanto due volte, per evitare che il ghiaccio si sciolga troppo in fretta e il caffè diventi annacquato. Dal laboratorio escono senza sosta anche i caratteristici “spumoncini”, creme gelate alla vaniglia o al cioccolato, perfette per uno spuntino rinfrescante magari dopo il caffè, o i mostaccioli preparati con mosto d’uva, mandorle e scorze d’arancia.

Per le strade della cittadina, i forni tradizionali spargono il profumo di pane fresco, di tarallini all’olio d’oliva e di biscotti alle mandorle. Da secoli pane e “fucazze” si impastano con lievito madre e mettono a cuocere sulle braci di legno d’olivo, usato anche per cuocere le pignatte con fave, ceci e legumi. Piatti antichi che secondo la tradizione vanno condivisi con familiari e vicini. Con la bella stagione si preparano frise e friselle, immancabili su ogni tavola: condite con olio d’oliva e pomodori freschi o “scattarisciati” cioè messi in una padella con coperchio e cotti fino a quando non scoppiettano: è il segno che la buccia si è rotta, il sughetto è fuoriuscito e l’intingolo è pronto per essere mangiato. È uno dei segreti dell’inesauribile sapienza contadina!

 

Cover photo credit: Nicoletta Diamanti



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