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Teddy Bear: storia dell’ orsacchiotto più famoso del mondo

Silvia Ragni
29 novembre 2018

Definire il Teddy Bear “un giocattolo”, sarebbe riduttivo. È la poetessa australiana Pam Brown, forse, ad averlo descritto con le parole più evocative: “Un teddy bear è la tua infanzia avvolta in una sbiadita pelliccia gialla”, ha dichiarato. E non si può dire che abbia torto! Pensando al tenero compagno dei nostri primi anni di vita, un sorriso nasce spontaneo. Perché ancora oggi, seppur sia spelacchiato e malridotto, la sua dolcezza rimane intatta. Non è un caso che l’orsacchiotto rientri tra gli evergreen dei regali natalizi. Attualmente viene prodotto perlopiù in peluche, sebbene non si contino i materiali, gli stili e le dimensioni in cui si declina. Oltre ad essere un beniamino dell’infanzia, infatti, il Teddy Bear è un ricercato oggetto da collezione, un’icona onnipresente nella moda, nel design, nei cartoon e nei più disparati settori. Ma qual è la storia di questo leggendario orsetto? Le sue origini si ricollegano al presidente degli Stati Uniti Theodore Roosvelt, soprannominato “Teddy” e grande appassionato di arte venatoria. Nel 1902, mentre era in Mississippi per risolvere l’annoso problema dei confini con la Louisiana, Roosvelt partecipò a una battuta di caccia all’orso. A un certo punto i suoi assistenti catturarono un cucciolo di orso bruno, lo legarono a un albero ed esortarono il Presidente a sparargli per poi portare a casa il suo trofeo. Alla vista dell’animale ferito e immobilizzato, però, Roosvelt si indignò. Non trovava sportivo dare il colpo di grazia a quell’orso inerme, e si rifiutò di ucciderlo. La notizia fece impazzire la stampa, che la diffuse a spron battuto ribattezzando l’orso “Teddy Bear”. Il disegnatore satirico Clifford K. Berryman fece di più: una sua vignetta raffigurava il Presidente che, volgendo le spalle all’orsetto, ostentava un gesto di sdegnoso rifiuto. La popolarità di Roosvelt salì alle stelle, ma “Teddy Bear” divenne un’autentica star. Gli americani lo adoravano e, visto il successo riscosso, Berryman lo ripropose di continuo nei suoi disegni.

Nacque così la figura dell’orsacchiotto buffo e dolcissimo: fu un boom di gradimento tale che due giocattolai di Brooklyn, Morris Michtom e sua moglie Rose, nel 1903 iniziarono a commercializzare orsetti di pezza chiamandoli “Teddy’s Bears” su autorizzazione del Presidente stesso. Il record di vendite spronò i coniugi a fondare la società Ideal Novelty and Toy Company, un vero e proprio regno degli orsacchiotti. In Germania, intanto, la produzione di animali in peluche della Steiff si arricchiva di un esemplare inedito, un orsetto che nel 1903 trionfò alla Fiera del Giocattolo di Lipsia. Dall’America all’Europa, la fama del Teddy Bear si estese rapidamente. Due bottoni a mò di occhi, zampe snodate ed impunture a vista erano i suoi tratti distintivi. Oggigiorno, quei Teddy Bear rappresentano una vera chicca per collezionisti: basti dire che, nel 2010, 1300 orsacchiotti Steiff dei primi del ‘900 sono stati battuti all’asta per 1 milione e 600 dollari. Pensare poi che fu il simpatico orsetto a fare da “leitmotiv” alla campagna elettorale che portò alla rielezione Theodore Roosvelt, la dice lunga sulla sua funzione di mascotte. Non sorprende che, in tempi più recenti, la “Teddy Bear fever” abbia contagiato anche i marchi più cool del pianeta moda: uno su tutti? Moschino, che dagli anni ’80 ad oggi all’ orsacchiotto ha dedicato collezioni, accessori e persino due fragranze.

 

 


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