Leggere insieme

The Story of the Rabbit Children

Marina Petruzio
21 Aprile 2019

Edito da Floris Books, editore inglese che ha ripubblicato buona parte dei suoi libri, “The Story of the Rabbit Children” è un albo scritto e illustrato da Sibylle von Olfers, tedesca di nobili origini, nata e cresciuta nella seconda metà dell’Ottocento, che regalò ai bambini un’illustrazione semplice e raffinata basata sull’osservazione quasi contemplativa della natura, tendenza che già in altri paesi d’Europa alcune artiste stavano esplorando.

E se mamma coniglio trovasse nel bosco, sperduti, due piccoli di umano candidamente vestiti ma a piedini scalzi? Cosa penserebbe, cosa potrebbe fare per quei due bimbi così somiglianti da sembrare, se non fosse stato per il loro essere una femmina e un maschio, solo uno e che a stento si reggevano in piedi? Potrebbe esserselo domandata la piccola Maria Regina Angela Hedwig Sibylle von Olfers, in arte solo Sibylle, quando durante le ore dedicate allo studio con la nonna si distraeva preferendo seguire il corso della sua fantasia e immaginare quelle storie che poi raccoglieva in piccoli libri illustrati che dedicava alla sorellina e con i quali incantava, intrattenendola, tutta la famiglia. O in quell’angolo scelto per appartarsi a osservare la natura e provare a disegnarla, nel giardino del palazzo dove era nata, in silenziosa solitudine, la stessa nella quale decise di ritirarsi prendendo i voti presso l’ordine delle Sorelle di Santa Elisabetta a soli venticinque anni. Era il 1906 quando pubblicò il suo secondo albo illustrato, “The Story of the Rabbit Children” e il 1916 quando pubblicò l’ultimo, prima che una grave infezione polmonare la portò a spegnersi a soli trentacinque anni con all’attivo dieci albi, dieci storie che riguardavano piccoli bambini immersi, tanto da farne parte, nella natura. La capacità di passare ore a osservare la natura, quasi contemplandola, la cura dei particolari, unita a uno stile semplice, la portarono ad essere paragonata a Elsa Beskow e a Kate Greenaway, sue contemporanee, il cui lavoro era apprezzato in quegli anni in Svezia per la prima e in Inghilterra per la seconda.

Successe che in una mattina d’estate la moglie del cacciatore decise di andare a raccogliere dei funghi e non potendo lasciare soli i due piccini, Lucy e John, li prese con se infilandoli in una grande gerla che si caricò sulle spalle. Arrivata nel folto del bosco, in mezzo a una radura, posata la cesta, la donna cominciò la sua ricerca, passeggiando piano, tenendo sempre un occhio e un orecchio attenti, almeno questo sembrava a lei, nel caso i gemelli si fossero all’improvviso svegliati. Essendo il periodo storico ancora intriso del racconto della fiaba classica, è chiaro che anche in questo racconto tutto ciò che poteva succedere accade. Lucy e John si svegliarono, riconoscendosi non ebbero paura, al contrario la loro curiosità era tale che si misero a perlustrare questo nuovo mondo nel quale si erano svegliati. Certo, a mamma coniglio parve alquanto strano che due piccini potessero andare in giro da soli e pensando si fossero persi fermò la sua corsa per occuparsi di loro. Fu così che li condusse a casa sua per farli giocare con i suoi bambini, che alla loro vista si intimorirono non poco. Cosa facevano quei due piccoli umani, vestiti solo della loro camiciola da casa di un bianco candido quasi abbagliante nel bosco dai toni pacati? E come mai per mano alla mamma? Ma non servirono le spiegazioni della mamma, il pensiero dei bimbi perduti, nulla valse a tranquillizzare i piccoli conigli. Cosa fare? L’abito certo non fa il monaco, ma ne definisce l’ordine altrettanto sicuramente. E così mamma coniglio nottetempo cucì due piccoli abiti da coniglio con tanto di cappucci e orecchie dritte e codino sul di dietro. Da quel momento Lucy e John entrarono a far parte della famiglia, nessuno più aveva paura di loro e, oltre a giocare, si potevano condividere passeggiate e allegre scorpacciate di succulente bacche e frutti che Sibylle illustrò con la dolcezza delle tinte pacate del bosco quasi fosse un picnic con nulla di insolito. E la mamma? E il cacciatore? Niente paura, come in tutte le fiabe che si rispettino il lieto fine è dietro l’angolo e il cacciatore riuscì a riconsegnare alla mamma due piccoli e paffuti coniglietti per nulla provati, e anzi semmai arricchiti e felici di sapere di appartenere un po’ anche a quella terra là fuori, al suo bosco, alle sue piante, agli animali che la popolano. Il rapporto con la terra, questo essere spiritualmente natura è molto ben reso dall’autrice in un altro albo dal titolo “The Story of the Root Children”, “La storia dei Bambini Radice” edito nello stesso anno.

Tutto racconta di bellezza e soprattutto di armonia. La dolcezza del mimetizzare e usare l’abito come codice di riconoscimento e la possibilità di condurre una vita selvaggia a stretto contatto con le radici; due decori tracciati a inchiostro come greche ai lati della pagina a incorniciare il poco testo per non farlo vagare nel bianco immenso della pagina; e poi quel capitello posto sopra l’illustrazione vera e propria, una striscia sempre a inchiostro, quasi un prologo all’illustrazione così perfettamente dipinta. C’è cura e più di un pensiero amorevole rivolto ai bambini nei libri di Sibylle von Olfers.

 

 

The Story of the Rabbit Children
testo e illustrazioni di Sibylle von Olfers
edito Floris Books, Edimburgo
euro 13,60
età di lettura: dai 4 anni

 



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