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Tokyo: un viaggio nelle emozioni del TeamLab Planet

Carla Diamanti
18 Luglio 2019

Buio. Ho appena percorso un corridoio in salita da cui scorreva acqua tiepida. Ora il buio. Mi fermo davanti all’apertura e cerco di abituare gli occhi alla mancanza di luce. Dentro, poco alla volta, cominciano a delinearsi i profili di persone. Sono a terra, poggiate su un pavimento che mi appare ondulato. Un momento di esitazione, poi capisco di dover andare.

Vado. Allungo un piede scalzo e lo poggio sul pavimento. Basta un secondo per rendermi conto che il suolo non mi tiene, che la superficie non è dura ma molle, sembra sabbia. Sabbia mobile. Il piede viene risucchiato e si trascina la gamba e poi l’altra e poi tutto il corpo. Sprofondo nel buio, avvolta dal pavimento che si muove, mi abbraccia, mi asseconda, poi mi trattiene. Non riesco ad alzarmi, mi giro, allungo la mano verso quella che si tende al buio per aiutarmi. La trascino e poi mi aggrappo, mi inginocchio, punto i piedi e mi alzo.

Rido. Non riesco a fermarmi, sono scossa dalle risate che contagiano anche la mano che mi ha aggrappato e che ora è di nuovo a terra con me. Ridiamo a crepapelle fino a trascinarci sul lato opposto della stanza, a rimetterci in piedi e a guadagnare un nuovo corridoio.

Comincia così il mio viaggio nell’universo digitale di Tokyo. Qui, dove la città si allunga verso il mare con Odaiba, l’isola artificiale costruita sulla baia, anche la monorotaia che sfreccia in alto fra i grattacieli illuminati, sembra un’attrazione. Così torno bambina, corro per guadagnare il primo posto sul primo vagone, vorrei avere mille occhi per guardare ovunque: il palazzo della Fuji TV progettato da Kenzo Tange, che assomiglia a una pellicola interrotta da una sfera gigante, una Statua della Libertà sullo sfondo del Rainbow Bridge che ricorda quello di Brooklyn, la sagoma enorme di Gundam, i centri commerciali, Madame Tussaud’s, Legoland, Acqua City.

Ma quando arrivo al TeamLab Planet davvero non mi aspetto l’esperienza body immersive che sto per vivere. Dopo quella buia, una dietro l’altra esploro le altre sale passando da foreste di luci che moltiplicano gli spazi a laghi di acqua in cui cammino a piedi nudi fra pesci colorati che non esistono ma che nuotano e disegnano volute attorno al mio corpo, reagendo ai miei movimenti. Opere d’arte digitale, le chiamano. Per me sono un viaggio nelle emozioni, mentre muovo enormi sfere colorate leggerissime o mentre mi distendo a terra, immersa in un universo di fiori – sempre digitali – che si muovono con le stagioni lasciandomi senza parole.

Quando esco, felice, il moto perpetuo di Tokyo mi riassorbe. Ma l’incredibile silenzio che lo accompagna prolunga la sensazione di gioia del viaggio che ho appena fatto con il corpo e con la mente. Erano solo quattro enormi spazi, occupati da 7 capolavori di arte digitale ma li porterò sempre con me.



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