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Tour de France, il viaggio che si snoda fra due ali di folla festante

Carla Diamanti
1 Agosto 2019

“Ti rendi conto che quello che hai fatto è il sogno di tantissimi francesi?”, mi chiede Stéphanie, la mia amica vicina di casa. No. Non me ne sono resa conto. Mi sento solo stordita dall’emozione di aver vissuto un’esperienza straordinaria.

 

Quando Jacques, travolgente sindaco di un paesino del Béarn, mi aveva parlato della sua idea, invitandomi a salire a bordo non immaginavo quello che mi aspettava.

La Caravane del Tour de France non sapevo neppure cosa fosse, per la verità. Distrattamente seguivo le tappe (senza sapere che il Tour è il terzo evento sportivo più seguito al mondo), qualche volta guardavo l’ultimo giro sugli Champs, e l’arrivo. Soprattutto per la mise en scène, per la verità.

Dunque esco di casa senza farmi troppe domande, senza neppure prendere un blocco e una penna. So solo che “farò” l’ultima tappa del Tour, da Rambouillet a Parigi, con le auto promozionali del Béarn, una regione tanto bella quanto inesplorata, alle pendici dei Pirenei.

Arrivo e sono ancora tutti lì in pausa pranzo. La Caravane in questo momento assomiglia a un grande gruppo di amici che ridono e mangiano insieme. L’apparenza mi inganna perché il timing è perfetto, gli ordini disposti, l’allenamento impeccabile.

Ore 14, tutti in piedi, la Caravane del Tour de France deve prepararsi. Via ogni granello di polvere dai veicoli, scorta di bottiglie d’acqua e soprattutto di “goodies” da regalare al pubblico lungo la strada. Bernard, alzatosi da tavola in jeans e maglietta, torna in calzamaglia e abito in velluto: per tutto il tragitto sarà Enrico IV, il re nato a Pau, capoluogo del Béarn e che dall’alto del podio ambulante dispenserà doni e saluti ai sudditi assiepati.

Il viaggio comincia tra due ali di folla festante. Cioè, il viaggio si snoda fra due ali di folla festante. Perché le persone assiepate alla partenza non ci lasciano più. Decine e decine di chilometri di gente disposta ordinatamente al ciglio della strada ad applaudire, salutare, incoraggiare. Filmano e fotografano. Noi avanziamo regolando la velocità in base alla strada, cercando di avvicinarci per scambiare due chiacchiere, augurare buongiorno, sorridere a tutti. Vedo bambini con cartelli di saluto e ringraziamento. Merci la Caravane! Vedo bandiere francesi, australiane, naturalmente colombiane, e di tanti altri posti che non conosco. Vedo ombrelli aperti al contrario per ricevere la pioggia di doni che accompagna il passaggio della Caravane. Vedo famiglie sedute su stuoie sistemate a bordo strada, vedo persone che hanno portato una sedia da casa, vedo bimbi in braccio, gente alle finestre. Qualcuno ci accompagna correndo per un po’, qualcun altro ci chiede un passaggio.

Un oceano di sorrisi che non smetto di salutare. Mi sento una regina, mi chiedo come debba sentirsi, una regina. Il braccio destro levato a salutare, ogni tanto accompagnato anche dal sinistro, giusto per bilanciare. Ondeggio le braccia al ritmo della musica, le muovo sopra la testa, le tendo verso le persone, poi le riposo e tiro su di nuovo il destro. Lo agito e faccio ciao, provo a muovere solo la mano di qua e di là come the Queen, lo rialzo, fingo di allungarlo verso una bimba che mi saluta.

A un certo punto il passo cambia. Sparisce il verde, comincia il profilo dei palazzi di pietra con il tetto nello stile di Mansart.

Ecco Parigi, che emozione! Le strade sgombre di auto sono tutte per noi. Ai lati la gente aumenta anche se le braccia salutano meno. Più composti, meno festanti, comunque presenti. Con il fazzoletto giallo (è il colore del Béarn) legato al collo entro in città come una regina, anche io più composta ma sempre sorridente. Non urlo più e non mi sbraccio più ma mi godo lo spettacolo. Ecco Notre Dame ferita, ecco il pont Neuf, ecco la Pyramide del Louvre, ecco le strade che percorro ogni giorno prive di auto e tutte per me. Rue de Rivoli è un fiume di gente in festa, qui torna il clamore, i saluti in lingue diverse, qualche turista che non capisce cosa stia succedendo. I gruppi di colombiani sono sempre più numerosi, sempre più vicini, pronti per accogliere il loro campione che sta per arrivare.

Place de la Concorde e via, risalgo gli Champs Élysées, che emozione! Il suono delle gomme sui pavés sgombri me lo ricorderò per sempre, come il giro dell’arco di Trionfo e quel contorno giallo fatto di transenne che trattengono il pubblico e che mi sembra che assomigli a un nastro con il colore del sole. Il cielo è tornato azzurro, i colori sono bellissimi. Ecco, il giro dell’arco è finito, ora comincia il momento più bello, quello che tutti sognano davvero. La discesa degli Champs.

Ogni tanto mi ricordo del cellulare lo prendo, provo a filmare e a fotografare, guardo nello schermo e poi torno a guardarmi intorno. No. Non c’è modo di riprodurre l’emozione. Preferisco godermela e imprimerla nel cuore.



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