Leggere insieme

Tre in tutto

Marina Petruzio
3 Febbraio 2019

“Tre in tutto”, pubblicato da Orecchio Acerbo, è un albo illustrato da Isabella Labate in quel suo modo affascinante di rendere tutto a grafite, qui come lontano nel tempo, di un bianco e nero che nulla ha di tragico ma anzi è morbido, smussato come un ricordo, caro da ricordare. In quel modo tutto suo di rendere, col bianco e nero, tutto così tridimensionale e vero che ti pare sempre di riconoscere qualcuno tra quella gente, o lei lì in copertina – e scritto da Davide Calì – senza aggiungere nulla, ma solo raccontando qualcosa non solo dimenticato, ma di cui forse molti non sapevano proprio, ponendolo con una tale delicatezza nel contesto odierno, senza commenti, senza essere didascalico.

Chi racconta, ormai adulto, è probabilmente chi in copertina si volta, distraendosi da ciò per cui è chiamato: stare lì fermo per mano, fra tre donne. Ma sarà l’emozione, sarà quella foga bambina che lo vuole ad accertarsi che si sia in ascolto della storia che ha da raccontare, di quando tutti avevano poco ma tra quel poco qualcuno aveva un po’ di più, mica tanto ma basta il pane, la polenta, acqua e farina e qualche uovo. Di quando il concetto di famiglia era grande e comprendeva molti. Di quando tutti si doveva ripartire e per farlo si aveva bisogno di tutti e allora si dava. Chi aveva dava e nessuno dimenticava. Quel che si racconta, in albo illustrato destinato a tutti ma che per quel suo nome lo si vuole riferito all’infanzia, è un fatto vero accaduto dopo la Liberazione, quando l’Italia distrutta dalla grande guerra doveva cominciare a spalare macerie e ricostruire. Servivano braccia. Ma parte del paese era sotto il livello di povertà, mancava tutto, anche gli uomini per ricostruire e il cibo per fortificare e crescere sani i bambini, si trattava della possibilità di avere un futuro. Lasciarsi la guerra alla spalle, per quel che si poteva, e andare avanti. Allora si istituirono i “treni della felicità” che portavano i bambini del centro e sud Italia al nord dove venivano affidati a famiglie, ad altre mamme, che si occupavano di loro, cibo, scuola, abiti, spese mediche per poi farli tornare, appena pronti, rimessi in forze, in grado di aiutare. Su quei treni agli inizi molta felicità non c’era. I bambini viaggiavano senza genitori o parenti, senza adulti conosciuti e viaggiare verso l’ignoto non è rassicurante per nessuno, soprattutto se poi il prete per settimane aveva detto di non mandarli al nord quei bambini, che al nord c’erano i comunisti che li mangiavano! E poi quel viaggio lungo, il mare che in tanti non avevano mai visto e poi la neve, che sembrava ricotta, anzi forse lo era proprio.

Così due bambini, due fratelli di un paesino del sud vengono mandati e trovano ospitalità da due sorelle in Emilia Romagna per due anni. L’ansia e il dolore per la separazione e la gioia del ritrovarsi dopo poche ore fratelli della porta accanto, e poi subito un bel bagno e il terrore che al nord i bambini li usavano per fare il sapone! E le misure per i nuovi abiti e poi il pentolone…e la gioia nel vederlo pieno, occupato da altro, non da bambini ma da cibo, caldo, semplice ma per tutti. E non si può non sentirlo quel brodo che riempie la pancia vuota, che scalda, e che rilascia via via il suo sapore che si fa delizia su quel viso con il cucchiaio che sta lì come se a toglierlo finisse l’incanto di quel tortellino, delle mani che li preparano, la cura del rito, un ubriacarsi di profumi e di emozioni mentre la vita ricomincia a scorrere più serena, anche felice, quando Ilde la si può chiamare anche Mamma Ilde; quando qualche espressione dialettale entra nel lessico di ogni giorno, così come l’accento; la tensione si allenta a pancia piena, in un letto fresco con le lenzuola ben tirate. Si crea appartenenza. A una famiglia, a un luogo, al proprio paese, al mondo.

Difficile non apprezzare quest’albo in primo luogo per la delicatezza con la quale si pone nel chiassoso contesto odierno, cosa che me lo ha reso prezioso, l’infanzia bella e innocente, inconsapevolmente serena e ignorante nel senso lato del termine; una tra le più belle infanzie illustrate, in quell’abbraccio terrorizzato; in quell’assaporare sublime e appagato un cibo dal sapore nuovo che scalda e riempie lo stomaco; in quell’espressione di incontenibile stupore misto a felicità per quel pane appena sfornato e in quei bambini di paese con quell’aria lì, di paese. Per quelle mani operose in primo piano anche quando non lo sono, che accolgono, cuciono, impastano, chiudono i turtlén; ai piedi pantofole leggere che fuori sì ci sarà stata la guerra, polvere e cocci, ma dentro…dentro no, dentro è casa.

E poi per la memoria. Per i racconti famigliari. Ecco io non so dire se ci sia albo più prezioso, più in equilibrio tra testo e immagine, per contenuto, per valore.

 

 

Tre in tutto
testo di Davide Calì, illustrazioni di Isabella Labate
edito orecchio acerbo
collana albi
euro 15
età di lettura: dai 6 anni per tutti

 

 



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