Sport

Trump contro lo sport: una battaglia persa

Riccardo Signori
25 settembre 2017

Lo sport americano fa ancora scuola. Soprattutto i suoi protagonisti. Stavolta si è messo contro Donald Trump, non proprio l’ultimo personaggio della Terra. O meglio: Trump si è messo a far la guerra allo sport Usa e ai suoi atleti famosi. E questi sono saliti subito sul ring. Una scelta rischiosa per il presidente Usa: c’è possibilità di uscirne con tanti ceffoni, come in effetti sta accadendo. In sintesi i fatti. Trump ha annunciato su twitter che Golden State, campione Nba, non è più la benvenuta alla Casa Bianca, come da antica tradizione per gli sport di squadra: le squadre campione ricevute dai presidenti.

I giocatori più famosi, da Stephen Curry a Lebron James, gli hanno risposto con toni bruschi ed anche insultanti. “Uno straccione”, ha sentenziato Lebron James. “Usa lo sport per dividere ancora di più gli americani”, la bastonata di Curry. Poi Trump ha messo giù un’altra carta pesante ed ha invitato i proprietari delle franchigie del campionato Nfl di licenziare i giocatori che si inginocchiano durante l’inno, in segno di protesta per il trattamento ricevuto dalle persone di colore da parte della polizia. Invito rivolto anche ai tifosi: uscite dallo stadio per protesta.

Si è scatenato un nuovo uragano: Nba (basket), Nfl (football americano) e Mlb (baseball) sono partiti nella crociata contro il presidente. Bruce Maxwell (Oakland Athtletics) è diventato il primo giocatore della Major league di baseball a inginocchiarsi durante l’inno americano. E la protesta si è allargata in Europa, nel mitico Wembley londinese: giocatori, dirigenti, allenatori, staff tecnico dei Jacksonville Jaguars e dei Baltimore Ravens, e perfino i proprietari dei club, si sono inginocchiati in segno di solidarietà. E, via via, la protesta si è estesa a tutti i campi del campionato americano. E perfino gli sponsor dei giocatori famosi si sono schierati.

In genere, nel mondo, mettersi contro lo sport e gli sportivi non è mai una buona idea, la forza dello sport è quella di accomunare intorno a sé “il pro e il contro” quando c’è da prendere posizione. E Trump, che ama(va) e conosce il mondo dello sport, doveva saperlo. Se n’è dimenticato e rischia di pagare caro. Un braccio di ferro con lo sport è  battaglia da perdente. Soprattutto negli Stati Uniti.

Diverso in altri paesi, anzi in molti altri Paesi perché atleti, federazioni, managers e gente dello sport, raramente si mettono a contestare i notabili, magari se la prendono con i politici ma, certamente, non contro il presidente della Repubblica. Valga l’esempio italiano per tutti. Quando mai avete sentito atleti e dirigenti contestare i nostri presidenti? Va anche detto che dalle nostre parti, e in tante altre nazioni, difficilmente un notabile si mette a far la guerra a sport e sportivi: troppo alto il rischio di impopolarità.

Trump, invece, vuol passare alla storia in ogni senso. Ci ha provato. Un tempo organizzava i match di boxe fra pugili neri: valga quello fra Mike Tyson e Larry Holmes ad Atlantic City. Oggi contesta e ne riceve sganassoni verbali e  proteste globali. Meglio cambiare sport.


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