Arte

Un dialogo serrato su arte e modernità: Vitaldo Conte

staff
13 ottobre 2012

Il confronto con l’arte contemporanea non può prescindere da un’analisi serrata e consapevole degli scenari spalancatisi nel panorama esistenziale in cui siamo calati in quanto uomini del nuovo millennio. Un millennium quanto mai contraddittorio quello in cui ci troviamo destinalmente a soggiornare, stretti fra le Scilla e Cariddi della postmodernità: l’attivismo superficiale e futile ed il ripiegamento intimista ed autodistruttivo. Per navigare con maggior cognizione di causa fra i flutti del nostro tempo abbiamo deciso di instaurare un proficuo dialogo con una figura prestigiosa dell’arte italiana, intenzionata ad aprire prospettive adeguate all’interpretazione della modernità ed al ruolo dell’arte nella permanenza nel nostro tempo. Vitaldo Conte, docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti, critico e curatore d’arte, scrittore e artista-performer, si rivela un intellettuale integrale intenzionato a lasciare il segno. Un segno simbolico, mistico ed archetipico. Autenticamente artistico dunque.

1) Com’è sorta la sua passione per l’arte?

Sono nato nell’arte, essendo figlio di uno scultore classico (Pino Conte) e nipote di un       musicista. La mia infanzia è stata scandita dalla conoscenza di artisti, anche di quelli che appartengono   oggi alla storia dell’arte. Avendo “ricevuto” una educazione cattolica anche i miei padrini di battesimo e cresima (il pittore Remo Brindisi) sono stati artisti. Ho amato artiste e scrittrici che sono state e sono ispirazione per la mia sconfinante creazione. Senza arte non potrei vivere, perché l’arte è per me desiderio, mistica e dannazione.

 

2) Scrive Friedrich Nietzsche in Aurora (1881): “Conviene all’umanità di un maestro, mettere i propri discepoli in guardia contro se stesso.” é tuttavia inevitabile per un artista avere dei saldi punti di riferimento. Quali sono state le figure artistiche ed intellettuali più rilevanti nella sua formazione? Come è riuscito a separarsi dall’influenza di tali modelli, secondo l’insegnamento di Zarathustra, per sviluppare un pensiero ed un codice artistico personale?

Le figure artistiche e intellettuali più rilevanti nella mia formazione sono molteplici, spesso citate nelle mie diverse testualità. La presenza iniziale, più ingombrante, risulta proprio quella dell’autore a cui si fa riferimento nella domanda. È Nietzsche, soprattutto quello del Così parlò Zarathustra e dell’Anticristo. Questo riferimento “si estendeva”, per me, anche ai suoi poetici Ditirambi di Dionisio, quelli che chiudono il suo affascinante percorso esistenziale con i prodomi della follia. Io ebbro “pretendente della verità… ero soltanto un poeta, un animale, astuto”: i versi di Nietzsche hanno ispirato il mio Dionisismo Sincopato (titolo del mio primo significativo libro di poesia). Essendo “nato” come poeta dionisiaco, ritenevo che  questa poesia doveva essere vissuta intensamente per una sola stagione, quella della giovinezza. È come Una stagione all’Inferno: il capolavoro di Arthur Rimbaud, che è stato un’altra mia bussola di riferimento. Nella prefazione del libro Vito Riviello scriveva che nelle illuminazioni dei miei versi sincopati si trovavano “tracce del mai finito ragazzo di Charleville”. I poeti maudits, nella personale poetica, “convivevano” con il vitalismo dei Futuristi, insieme al pensiero anarco-individualista di Stirner e del nichilismo Dada. Ogni influenza s’incontrava, prima o poi, con un’altra, armonizzandosi insieme.
Nel mio viaggio di creazione la poesia lineare ha sentito la necessità di sconfinare “fuori” della pagina: prima nel verbo-visuale-sonoro (amavo le tavole parolibere futuriste, i poeti visuali di ogni tempo, Emilio Villa), poi nella pulsionale scrittura-pittura (immediato il rapporto con la poetica segnico-gestuale dell’area romana: Capogrossi, Novelli, Twombly), fino all’azzeramento nelle pagine del bianco e dell’invisibile (il suprematismo di Malevic, la vibrazionalià e il vuoto di Klein). Poi c’è stato l’incontro con le esperienze del corpo d’arte (soprattutto Gina Pane, Ketty La Rocca, il segno-ferita).
Nella formalizzazione del mio pensiero teorico vivono anche altre suggestioni e naturali collegamenti: la Mefisica del Sesso e l’arte-pensiero di Julius Evola; la Donna Scarlatta di Aleister Crowley; l’arte come maledizione di George Bataille; il viaggio della Beat Generation; la psicanalisi come liberazione e pensiero di Reich e Hillman; il texte-désir di Roland Barthes, il sincretismo mistico di Osho Rajneesh.

3) Nel suo percorso esistenziale si è dedicato a molteplici attività creative: poesia, pittura, riflessione    critica-teorica, performance artistica. Qual è oggi la forma espressiva tramite cui meglio riesce ad esprimersi?

La pluralità delle mie diramazioni creative “costruisce” da sola, senza che io la indirizzi, il puzzle e la realtà globale del mio percorso-pensiero. L’iniziale poesia verbale ha sentito, infatti, la necessità di evadere, dai limiti della pagina, per divenire in progress verbo-visiva, cinetica (filmato, video), corpo-sonora, pittorica e graffitista. Ma voleva anche vivere in performance, nello spettacolo-evento di parole, immagini, suoni-rumori: dal 2009 attraverso le storie del mio debordante alias, poi avatar, Vitaldix.
La mia irrequieta e sconfinante creazione, che talvolta percorre i confini-bordeline dell’anomalia, necessita della riflessione teorico-critica, forse per un proprio bilanciamento di equilibrio. Le mie molteplici pubblicazioni lo attestano, soprattutto nei versanti delle poetiche verbo-visuali, della monocromia bianca, delle esperienze del corpo estremo, dell’arte-desiderio. L’aspetto critico-teorico è funzionale anche al fatto che sono docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti.
Come già detto, le mie molteplici attività creative tendono a confluire in un’unica dimensione. La forma espressiva che oggi meglio mi esprime è la “meta-narrazione”: un testo, “sintesi” di scritture, che può necessitare talvolta di “apparenze” visive, anche “attraversando” la cura di una mostra o un evento.

 

4) Qual è il suo giudizio sulla realtà artistica, nazionale ed internazionale, contemporanea?
Il concetto così inflazionato di “morte dell’arte” è valido o è solo un pretesto di affermazione della mercificazione seriale e del pensiero unico, sulla scia dell’ideologia della “fine della storia”?

Un possibile giudizio sulla realtà artistica contemporanea, nazionale e internazionale, risulta complesso, dovendo considerare sia le “naturali” emergenze in atto e sia ciò che il mercato dell’arte ci propone come “dominante”. Il pensiero sulla morte dell’arte, lasciando stare Hegel, è stato ricorrente nel  Novecento ad oggi, ma l’atto della creazione è strettamente connesso all’essere umano: non può estinguersi dunque. Forse sarebbe augurabile “liberare” l’arte dagli imperativi della committenza (religiosi, politici) e di quelli invasivi dell’attuale mercato finanziario. Ma proprio la crisi del capitalismo globale di oggi, oltrepassante i confini nazionali, può favorire orizzonti “originali” (cioè interni all’essere): questi possono condurre verso una creazione totale, divenendone nel contempo anche la sua possibile “narrazione”, che non significa la “fine della storia” post-moderna. I virus che hanno minato l’economia della società globale, intaccandone i simboli del potere mediatico, possono rivelarsi capillari, suscitatori di reazioni, anche positive. L’esaurimento del denaro facile, conseguente alla diminuzione delle risorse economiche collettive, comporta un esaurimento dei grandi numeri nell’acquisto d’arte. Ciò costringe i sistemi economico-culturali a rivedere programmi e spese dei loro contesti: come la crisi di musei e fondazioni, conseguenti alla crisi delle banche, di cui sono talvolta emanazioni.
La ricerca del “nuovo” nell’arte attuale tende oggi a divenire un imperativo, dovendo una merce sostituire un’altra al momento opportuno. L’economia, che risulta il pulsante più invadente e dinamico dell’epoca, tende infatti a inglobare le sfere dell’artista. Nel mondo dell’arte contemporanea, nota Thompson, il branding facilmente sostituisce il giudizio critico. La storia dell’arte oggi può essere riscritta con un libretto degli assegni, usando le parole di Andy Warhol.
In questo contesto, fortemente influenzato dalla “globalizzazione” economico-culturale, l’Italia risulta poco autonoma nelle proposte: nonostante esistano variegate schegge della propria arte ancora poco valorizzate. I critici italiani, attenti almeno nei decenni precedenti a precetti ideologici di militanza, oggi tendono ad appartenere a un mondo dell’arte continuamente in attesa, asserviti al vincitore di turno. I grandi collezionisti sono diventati opinion maker, esplorando le nuove emergenze dell’arte e indirizzando scelte e riconoscimenti critici. L’esibizione della vacuità economica esprime già un discorso d’arte. Emblema di questa esigenza di consapevole cinismo – For the love of God – il teschio intarsiato di diamanti di Damien Hirts: il valore simbolico di questo mondo, inutilmente sfavillante, si distacca dal suo pur ingente valore reale.
Il Cavalcare la tigre, ricorrendo al titolo del libro di Julius Evola, può essere usato oggi come “maschera concettuale” di azione e lettura: nei territori dell’arte, del pensiero e dell’esistenza (individuale e collettiva). Può indicare ancora il come porsi verso questi territori: con lo staccarsi aristocraticamente dalle apparenze “senza spessore” del mondo attuale (pur non entrando necessariamente nella passività o rinuncia) o, viceversa, con l’affrontarle in un qualche modo, insinuandosi come un interiore cavallo di Troia per mettere in discussione le certezze programmate dai vari sistemi (anche con proposte e creazioni extreme).

5) Il neofuturismo italiano, in forme proteiformi ed eterogenee, appare un movimento avanguardistico capace di farsi portavoce, nell’era del “pensiero debole”, di posizioni teoriche tenaci. Quali sono, a suo avviso, gli aspetti più interessanti di tale realtà artistica?

Nel mio recente libro Pulsional Gender Art (Avanguardia 21 ed., Roma) ho cercato di tracciare alcuni possibili percorsi e sviluppi di questo ultimo movimento trans-futurista. Proprio in questo nuovo secolo è “riemerso”, inquietante, con aspetti di vitalità, anche in coincidenza del centenario del suo manifesto (celebrato in Italia spesso con piglio professorale), soprattutto nel suo oltre intermediale e di azione. Questi aspetti talvolta “sfuggono” ai cosiddetti studiosi del Futurismo in Italia, innamorati delle definizioni notarili come quella del cosiddetto futurismo storico, misconoscendo gli sviluppi successivi. Alcuni di questi critici o studiosi sembrano talvolta voler “chiudere” il discorso-Futurismo, anche per difendere posizioni culturali acquisite e, talvolta, di  mercato.
La Vita come CreAzione continua a ricercare la “violenza” e la giovinezza dei linguaggi. Non a caso Marinetti, fra le tante definizioni, prediligeva quella data dai teosofi: “I futuristi sono i mistici dell’azione”. Questa sfida continua è un relazionarsi di arte-cultura-vita che si fondono in un linguaggio proteso verso il rinnovamento: creatore di un’arte pulsionale che vuole cambiare il gusto e l’esistenza, anche quotidiana. Questa spinta risulta una delle sue principali “aperture”, che, attraversando il Dada e Surrealismo, sono arrivate, poi, alle neoavanguardie e alle attuali poetiche del “fuori genere”.
Il Futurismo non è soltanto una molteplice possibilità di creazione, è anche un modo di vivere, attraversando emozioni e rischi, per opporsi alle normalizzazioni della vita. Vivere da futurista è stato (continua a esserlo per chi si sente di riproporlo) un modo per rivoluzionare comportamenti dell’esistenza, dichiarando guerra al passato e agli stereotipi correnti. L’esigenza di un pensiero, che passa attraverso un manifesto, “rivive” in diverse attuali espressioni, che vanno dalla ribellione dell’azione artistico-culturale a quelle del concepire un diverso scenario politico-sociale, come accade nell’area del “non conforme”.
Ritengo che diverse siano le emergenze di questo TransFuturismo. In primo luogo le varie declinazioni del Net.Futurismo, che “ha avvertito l’esigenza di rinnovare la battaglia futurista, adattandola alle attuali condizioni e sensibilità socio-culturali: in primo luogo interpretando il momento di transizione che ha comportato la grande rivoluzione informatica e digitale”. La tecno-fantasia futurista permette un rapporto vivente con l’estetica del quotidiano. La tecnica e la scienza diventano una estensione anche del nuovo  Futurismo, declinandolo in un pensiero prevalentemente scientifico, come accade nel movimento del Transumanismo italiano.
Un’altra valenza vitale è quella che definisco Pulsional, suggestionata dall’ebbrezza del vivere da futurista anche come fascinazione estetica, che diviene, nello stesso tempo, “narrazione” di un pensiero-azione che vuole riformulare un concetto altro di avanguardia calda. Questa inclinazione performativa “vive” in diverse aree, anche come naturale proposta di valore esistenziale, magari come creatività-live in un pub o circolo (più o meno ispirato al Futurismo). Ciò per contiguità include un’altra possibile emergenza espressiva: quella di esprimere l’arte-vita attraverso serate interpretate e ricordate da un poster dalla graffiante immagine, manipolando realtà grafiche e pubblicitarie. Ciò è visibile in diverse elaborazioni di pensiero-creazione, anche per reagire alla mercificazione dell’arte: ondeggiano tra eredità futuriste e riproposte di avanguardia, espresse anche in opere-installazioni al limite del live set.
Il nuovo Futurismo, sempre più sensibile ai linguaggi dell’arte-vita, può, talvolta, risultare attratto dal nichilismo del Dada, proprio per la vocazione di questo a rifiutare canoni comportamentali e artistici, che includono il costituirsi come gruppo definito. Gli elementi di maggior rilevanza, nella pratica e mistica Dada, sono infatti il caso e la negazione dell’arte, pur compiuti in nome dell’atto creativo. Il Futurismo e il Dada sono avanguardie storiche che, soprattutto oggi, coesistono in una naturale continuità di azione-lettura che possiamo definire ‘Futur-Dada’, estensibile agli sconfinamenti Pop e CyberSex. I riferimenti storici di questa Pulsional TransArt, “rimanipolati” in diverse espressioni, sono molteplici: l’anarco-rivoluzione di Fiume, il manifesto della Lussuria di Valentine de Saint-Point, l’arte-vita di Guido Keller, le serate-evento futuriste e dadaiste, le poetiche situazioniste e rumoristico-sonore, ecc.
Queste nuove emergenze, attraversanti – oggetti-design, manipolazioni grafiche, video, musica e rumore, scritture, ambientazioni interattive, underground – sono presenti, spesso, più o meno esplicitamente, in diversi linguaggi, caratterizzati da manifesti di lirica visionarietà, che diventano essi stessi creazione. Il Futur-Dada cyberpop “entra” come virus in espressioni di “anarco-avanguardie” del XXI secolo, calde nelle “narrazioni” e ricerche di una “rivoluzionaria” TransArt, oltre ogni genere stabilito.

 

6) Lei afferma: “L’arte coinvolge tutti i sensi, ufficiali e vibrazionali, in una sinestesia illimitata che può essere “delimitata” in un’opera, ma anche “vissuta” nell’esistenza attraverso le sue azioni. Far diventare sin-estetica la vita è un modo per ascoltare il nostro oltre, elevando i gesti, da pura esteriorità e consuetudine, a una ritualità interiore e creativa.” Tale riflessione mi riporta alla mente una Weltanschauung dannunziana, per cui “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.”
Condivide questo accostamento?

È un accostamento che condivido come discorso di partenza. Ritengo però che bisogna andare oltre, in quanto potrebbe esserci il rischio di innamorarsi di questo pensiero, al punto di volerlo realizzare solo attraverso la magnificenza esteriore della propria azione. Si deve cercare anche un senso interiore alla “creazione” della nostra esistenza, fino alle esperienze extreme, come quelle del silenzio o della dispersione nell’invisibile che non lasciano tracce. Fare della propria vita un’opera d’arte non deve essere “legata” ai clamori ottenuti o peggio ricercati “fuori” (che espongono alla necessità del consenso o del successo che passa attraverso l’altrui ammirazione). La chiave del nostro viaggio esistenziale è nel trovare la libertà di una espressione che oltrepassi ogni catalogazione. Ciò può incarnare un destino altro dell’arte-vita, che può significare anche un ritorno alle origini.
Le Altre Sintesi possono passare attraverso questo rapporto tra tradizione e ricerca. Il “nuovo” può avere ancora un significato se include l’interiore diversità della pulsione-coscienza dell’autore. “Affrancandosi” dal feticcio come valore e da narcisistiche affermazioni personali (anche quando presumono di essere portatrici di significati superiori), la cre/azione può realizzare una propria vita altra.

7) La rivoluzione di Internet ha aperto in pochi anni scenari inauditi, determinando analisi contrastanti sul ruolo del web nei processi artistici, culturali, aggregativi e politici.
Qual è la sua posizione in merito?

L’arte e la comunicazione sono entrate nell’esistenza come essenza e presenza quotidiana: con qualunque linguaggio, materiale, comportamento, e in qualsiasi luogo. Le sue espressioni includono l’open space, fino alle estensioni virtuali: extreme nei confini non più dilatabili dai sensi.
Il web ha indubbiamente ampliato le libertà espressive e comunicative, divenendo “occasione” per parlare su ciò che la società tende a occultare. Il web, infatti, offre l’occasione per la nascita on the road di idee e segnaletiche nuove che, poi, “entrano” nel tessuto sociale. Questi scenari, che risultano extremamente ampi e seducenti, possono determinare “abbattimenti” di centri di potere attraverso la loro radicale pluralità. Hanno effetti positivi anche a livello politico, specie in paesi autoritari, anche se le mobilitazioni nate sui social media tendono ad essere individualistiche. Ma il web è anche, sempre più, uno strumento pericoloso di controllo, asservimento alla pubblicità, dipendenza, diffusione delle peggiori istanze dell’essere.
L’artista, interiormente ribelle, può e deve usare queste possibilità mediali per insinuarsi, come un creativo cavallo di Troia, nel fortino delle certezze confezionate dai poteri e generi: con azione demistificante e consapevolezza delle proprie profonde motivazioni. Si può muovere come un nobile e creativo hacher, per promuovere ipotesi e comunicazioni di libertà. Come ha detto un parlamentare americano: “Un mouse può essere tanto pericoloso quanto una bomba o una pallottola”. Le idee e le “espugnazioni” hacher rappresentano talvolta una forma-manifesto di cultura che minaccia i vari sistemi, in quanto ne rivela i “programmi” oppressivi, frequentemente travestiti da valori.
Più che a uno spazio di libertà internet rischia di assomigliare però, come è stato detto, sempre più ad una specie di casa dello studente globale. La rete vorrebbe imprigionarci in una esistenza forzosamente pubblica, sacrificando la privacy fino all’eccitazione di mettersi a nudo, dimenticando però che il silenzio potrebbe renderci più “coinvolgenti”. I governi e i centri  di controllo usano infatti i social media per raccogliere dati sulle persone. Come nota Andrei Keen, nel suo libro Digital Vertigo, le possibilità di Google, come di Facebook, sono state trasformate in un prodotto da vendere agli inserzionisti, con i consumatori che sono sempre più spinti a essere trasparenti, a rivelare informazioni (anche se Facebook può essere un necessario personal branding). Il lato oscuro della libertà in rete sta facendo mutare il nostro cervello: sta a noi saperlo difendere, anche evitando gratuiti ahahahah.

 

Intervista di Luca Siniscalco


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