Cultura

Una vita per la danza: Nicola Del Freo si racconta

Emanuela Beretta
25 Novembre 2019

Oggi incontriamo Nicola Del Freo, ballerino solista del Teatro alla Scala.

Classe 1991, nato a Massa, Nicola si è formato alla Hamburg Ballett Schule John Neumeier, frequentando poi la Yorkshire Ballet Summer School per approdare in seguito allo Staatsballett di Berlino, dove è rimasto quattro anni. Le sue esperienze internazionali sono state coronate da un riconoscimento prestigioso quale il “Positano Premia la Danza – Léonide Massine”, che lo ha annoverato tra le migliori promesse della danza.

In questi giorni è in scena al Piermarini con Symphony in C nella coppia del primo movimento insieme con Martina Arduino, ma anche nella Petite Mort e nel Bolero con Roberto Bolle.

Nicola è un ragazzo d’oggi, riservato e sensibile, introverso ma cordiale, appassionato e pieno di coraggio. In questa intervista ci ha aperto la porte della sua vita da ballerino.

Che bambino era Nicola?
Ero molto vivace: ho provato tantissimi sport, volevo sempre giocare e non mi fermavo mai. Tranne che per disegnare: avevo una grande passione per colori e pastelli e l’unico modo per farmi stare quieto era mettermi davanti un foglio bianco.

Come e quando è nata la passione per la danza?
Mia madre ha sempre amato l’Arte e mio padre è un grande appassionato di musica; ricordo che da ragazzino mi portarono a vedere uno spettacolo dell’Aterballetto a Reggio Emilia. Rimasi profondamente colpito da come i corpi dei ballerini si muovevano sulla musica: mi innamorai subito della danza e chiesi di prendere delle lezioni.

Che cosa significa danza per Nicola?
Trovo che la danza sia una straordinaria forma d’arte: mi permette di esprimermi al meglio ed è così che sono riuscito a superare la mia riservatezza. Non solo: ne tempo mi ha dato la possibilità di spaziare nelle mie conoscenze ed incontrare, collaborare e lavorare con artisti famosi a livello internazionale. Trovo che sia davvero una grande fortuna.

La danza è una scelta di vita: come ha modificato la sua?
L’Accademia e lo studio mi hanno sicuramente reso una persona più rigorosa e determinata. La danza mi ha permesso inoltre di viaggiare, incontrare persone interessanti, esplorare il mondo ed imparare le lingue. Trovo che poter rendere la propria passione un lavoro sia un enorme privilegio e per questo sono anche molto grato ai miei genitori.

Qual è il suo stato d’animo prima di entrare in scena?
Sono una persona emotiva, mi agito molto prima di ogni spettacolo. Quindi cerco di prepararmi al meglio durante le prove per non avere nessuna incertezza, e nessun rimpianto. Quando però metto piede sul palco il mio stato d’animo si trasforma: è come se mi liberassi di un affanno, di un disagio. Mi sento immerso e totalmente concentrato sul personaggio e calato nel mio ruolo di interprete. Quando arriva l’applauso mi sento totalmente appagato: il mio lavoro è anche quello di regalare al pubblico delle grandi emozioni ed è quello che spero di fare con ogni mia interpretazione.

Come è la vita di un ballerino?
Direi che in generale ho una vita sana, ma piuttosto normale. Certo quello del ballerino è un mestiere che richiede un forte dispendio di energie, sia fisiche che mentali, quindi il tempo per uscire e divertirsi è decisamente limitato. Durante la stagione teatrale tutto questo fa parte del mio impegno, del mio lavoro e non mi pesa, ma durante le vacanze cerco di rilassarmi e dedicare il mio tempo ai viaggi che sono una grande passione.

A che cosa ha dovuto rinunciare per diventare un ballerino?
Devo dire che non ho rimpianti, ma mi capita di pensare al mio percorso e alle rinunce fatte, soprattutto quando ero un ragazzino. Ho studiato all’estero e quindi la lontananza dalla famiglia mi è pesata molto, ma ora cerco di compensare questo distacco vedendo i miei appena ho del tempo libero. Però credo profondamente che se ami il tuo lavoro e quello che stai facendo non vivi le rinunce come tali, ma come una conseguenza delle tue scelte e della tua determinazione.

Lei condivide la scena e la vita con la sua partner: esiste la competizione?
Tra me e Virna (Toppi ndr) non esiste competizione, solo moltissima stima e ammirazione. A volte può accadere che durante le prove, poiché c’e confidenza e complicità, io pretenda molto da me stesso e mi aspetti il massimo anche da lei. In scena però tutto si stempera, siamo estremamente concentrati e l’emozione, l’emotività, rende tutto più semplice.

E con i colleghi?
Ho un ottimo rapporto con i miei colleghi e per molti di loro provo una profonda stima e amicizia. Di fatto credo che una sana competizione sia necessaria e possa essere assolutamente positiva e proficua. Personalmente non mi ritengo una persona competitiva nei confronti degli altri, piuttosto lo sono – e molto – con me stesso.

Secondo lei come si potrebbe avvicinare la danza al pubblico, soprattutto dei più giovani?
Trovo particolarmente felice la scelta della Rai, che nel tempo ha trasmesso in tv diversi balletti, così come delle esperienze sensazionali come quelle di “Ondance” e “Danza con me” di Roberto Bolle. La Scala poi ha un ottimo programma Under 30 dedicato ai giovani che possono venire a teatro a prezzi estremamente vantaggiosi. Ma tanto c’è ancora da fare per dare maggiore visibilità alla nostra arte, promuoverla verso il grande pubblico per non farla morire. Oggi sono diverse le compagnie di importanti e splendidi teatri che hanno dovuto cessare la loro attività – abbiamo perso delle eccellenze, ed è un vero peccato.



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