Arte

Un’arte stretta fra Pietra e Cerchio: intervista a Roberto Floreani

Luca Siniscalco
30 marzo 2013

Efficace inserimento delle opere d’arte nell’ambiente espositivo. Studio dei concetti e degli spazi anteriore alla realizzazione concreta delle tele. Astrattismo puro, integrale e “spirituale” (in senso kandinskiano). Concezione dell’arte occidentale come un continuum, una tradizione metamorfica e incessante in cui inserirsi come disponendosi in un fiume in piena, da alimentare e da cui, parallelamente, abbeverarsi. Critica alle degenerazioni della postmodernità artistica e culturale. Rifiuto della sterilità di stilemi ormai abusati e manieristi. Visione dell’artista come profeta, come “un’antenna della razza umana”, per impiegare un’espressione di Ezra Pound. Consapevolezza del valore essenziale dell’inattualità, in quanto rifiuto dell’accettazione acritica della contemporaneità. Queste, in una successione sintetica ma affascinante, le principali linee tematiche della produzione e della poetica di Roberto Floreani, artista veneto che ha gentilmente accettato di dialogare con la nostra rivista in merito all’arte tout court, ma soprattutto in relazione alla sua più recente iniziativa. Si tratta di “La Pietra e il Cerchio”, progetto espositivo a cura di Carlo Micheli, promosso dalla Città di Mantova e dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te. La Città di Mantova ha presentato recentemente il progetto al VTO di Londra, inserendolo nelle iniziative culturali per la promozione di Mantova capitale europea della cultura 2019.
L’esposizione, aperta al pubblico sino al 7 aprile 2013, è composta da 50 tele e 5 sculture disposte nella splendida Ala Napoleonica di Palazzo Te, manifestazione potente dei temi cari a Floreani.

Inizierei il nostro dialogo dal titolo dell’esposizione mantovana “La Pietra e il Cerchio”, suggestiva espressione che dà cominciamento alla sua mostra e insieme ne de-linea la forma conclusiva. In che modo nelle sue opere pietra e cerchio dialogano e inverano tale rapporto?
“La Pietra e il Cerchio” è una sorta di fermo-immagine sulla mia ricerca artistica degli ultimi 4-5 anni. Vi è un riferimento diretto ai due progetti più recenti: la mia personale al Padiglione Italia della Biennale di Venezia del 2009 (“Aurora Occidentale”) e quella al Museo MaGa di Gallarate del 2011 (“Alchemica”). La Pietra rappresenta la memoria storica individuale e oggettiva, il passare e la stratificazione del tempo; il Cerchio, il mio “Concentrico” in pittura, la fisicità legata alla mia lunga pratica marziale legata all’Oriente.

Nella sua opera ricorre con frequenza il tema della circolarità, evidente nella serie “Concentrico”, ma presente nella sua intera produzione. Qual è il significato artistico, simbolico e spirituale da lei attribuito ad un’immagine così radicata nell’inconscio collettivo e nelle tradizioni – penso, in ordine sparso, incompleto e rizomatico a Pitagora, Platone, l’Ouroboros alchemico, la concezione ciclica del tempo, propria di tutte le civiltà tradizionali, e l’Eterno ritorno di Nietzsche – ?
Il “Concentrico”, presentato nella mia personale del 2003 al Museo Revoltella di Trieste, può rappresentare la sigla finale di un processo di elaborazione dell’opera molto laborioso e complesso ed è l’evoluzione della circolarità, già presente nelle mie opere dal 1995 nella serie “Mondo Sensibile”. L’opera , di cui il “Concentrico” è la fase distintiva finale, può essere considerata una sorta di ponte per collegare la mia formazione culturale assolutamente occidentale con la cultura del corpo che invece mi viene dal rapporto con l’Oriente delle arti marziali. Nelle mie intenzioni non c’è alcun riferimento simbolico o esoterico, distantissimo dalla mia concezione solare del mondo. La stessa titolazione “Alchemica” della mia mostra del 2011 è stata una semplice provocazione legata all’impiego di una tonalità cromatica particolare che sembrava non riuscissi ad elaborare materialmente rispetto alle mie intenzioni.

La lettura del suo intervento all’interno del catalogo della mostra (“La Pietra e il Cerchio”, Palazzo Te-Mantova, Publi Paolini editore, a cura di Carlo Micheli) mi ha suggerito una questione a mio avviso decisiva, in quanto essenziale per chiarire lo Zeitgeist soggiacente alla sua arte: come può un fine e nietzscheanamente inattuale critico della modernità e dell’arte ad essa coeva, definita nel saggio come “vicina alle caratteristiche di sistema proprie dell’economia e della finanza, carica di perfezione strategica e cinismo”, fondare la propria proposta culturale su una corrente così moderna quale l’astrattismo?
La caratteristica principale riferibile all’Astrazione non credo possa essere la modernità, com’è potuto essere fino agli anni ’50: semmai è possibile che oggi dall’Astrazione si possa sperare di ricevere quel messaggio di natura spirituale ormai sparito dalle cronache contemporanee e, in realtà, così centrale nella vita di ognuno di noi.

Quali sono gli artisti e intellettuali che più hanno influenzato la sua formazione? Quali le figure verso cui oggi si sente maggiormente in sintonia?
Anche qui si può effettuare una distinzione tra la prevalenza del corpo – e penso a Mishima, a Marinetti e alla sua Arte-Vita – e prevalenza della memoria: Pound, Celan, Yourcenar…Tra gli artisti Burri e Santomaso, con cui ho avuto, in gioventù, anche ripetuti incontri di alto profilo umano e professionale, ma anche i colleghi che oggi sviluppano con me questo tipo di ricerca come Scully e Halley. Tra i più giovani m’interessa Ian Davenport.

Una vita in Italia e la scelta di un’arte pienamente inserita nella continuità artistica occidentale si affiancano nella sua esperienza biografica a un forte interesse per l’Asia ed alla pratica dello Zen. In che modo il rapporto Oriente-Occidente è tematizzato nella sua opera?
L’opera è il ponte tra la cultura in Occidente e il corpo in Oriente.

Ha realizzato diversi studi sul Futurismo, da cui pure pare distanziarsi notevolmente negli esiti concreti dalla sua arte. Da quali elementi deriva il suo interesse verso tale corrente? Cosa ne pensa delle diverse esperienze neofuturiste, che in Italia rappresentano una neoavanguardia ancora attiva e propositiva?
Del Futurismo amo l’energia, la genialità, l’identità Arte-Vita, la multidisciplinarietà, il polimaterismo, la frontalità provocatoria, cioè tutto quanto è stato assimilato (e copiato) da tutte le Avanguardie che lo hanno seguito nel corso di questi cento anni dal celebre Manifesto del 1909. Non credo esistano neo-avanguardie futuriste oggi: l’identità dei movimenti rivoluzionari s’identifica sempre con il periodo storico che li vede proliferare: dal 1909 sono passati mille anni. Resta il messaggio interiore.

Progetti futuri?
La Pietra e il Cerchio sarà spostato prima a Roma e poi a Torino, con un passaggio in autunno alla Fondazione Zappettini di Milano, ma sono già proiettato verso l’ideazione di un progetto, penso per fine 2014, che vedo multimediale.

Intervista a cura di Luca Siniscalco


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