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Utero in affitto: schiavismo oppure libertà di scelta?

Alessia Laudati
9 Luglio 2019

La Cgil ospita un incontro sul tema e si riaccende la polemica. A che punto siamo del dibattito in Italia?

 

A fine giugno ha fatto molto discutere un convegno della Cgil organizzato insieme all’Associazione Luca Coscioni e dall’Ufficio Nuovi Diritti sulla “gestazione per altri”, l’espressione più corretta per definire l’utero in affitto senza dargli subito una connotazione negativa. A riaprirsi è stato ovviamente il dibattito tra le femministe (e non solo) sul tema della maternità surrogata. Durante l’incontro sono state presentate due proposte di legge per regolamentare la maternità surrogata attualmente vietata in Italia. Si è pensato a un tipo di GPA solidale, dove la gestante per altri non riceve un compenso economico per portare avanti la gravidanza, ma viene solamente assicurata dal punto di vista dei rischi che può incontrare durante il processo. È il modello della altruistic surrogacy, già legale in Gran Bretagna.

La domanda allora diventa questa. La gestazione per altri, attualmente proibita in Italia dalla legge 40 relativa alla procreazione medicalmente assistita, è una pratica che deve continuare ad essere vietata (ricordiamo che le pene arrivano fino a due anni di reclusione e le multe fino a un milione di euro), oppure i tempi sono maturi per pensare a una regolamentazione?

Per un gruppo di femministe, tra cui ex deputate che hanno scritto al Segretario Landini per esprimere la propria contrarietà, il problema nemmeno si pone. La GPA viene considerata una forma di schiavismo economico e sociale, un lasciapassare pericolosissimo per considerare il corpo delle donne alla pari di un oggetto di cui si può fare qualunque cosa. Impensabile, quindi, che nelle braccia di un sindacato confederale possa essere anche lontanamente pensata come una professione, un lavoro o un servizio.

Dalla parte opposta c’è invece chi crede che la pratica rientri nella libertà di scelta e di autodeterminazione delle donne e che quindi debba essere consentita. La liceità troverebbe fondamento nel diritto a essere genitori, spesso precluso a chi per esempio è affetta da patologie gravi che rendono impossibile portare avanti una gravidanza.

Durante il convegno erano poi presenti anche alcune voci, come quella di Filomena Gallo, Segretario e avvocato dell’Associazione, che ritengono che l’accesso alla GPA rientri nel diritto alla scienza e che quindi sia solo una pratica che il sapere scientifico rende disponibile.

Mentre in Italia si discute – e spesso parecchio –, negli Stati Uniti quella della maternità surrogata è una realtà piuttosto solida, anche quella di tipo commerciale e non solidale. Tanto che una star come Kim Kardashian ha detto pubblicamente di averne fatto ricorso più volte.

Da che parte stare? Ad ognuno il proprio giudizio.

Vi lasciamo con una riflessione finale: se possiamo definire femminista tutto ciò che viene deciso autonomamente dalla donne a prescindere dall’impatto che queste scelte hanno sulla società, persino in maniera slegata da qualunque dibattito, allora siamo di fronte a una definizione di femminismo molto ampia, molto individualista e molto strumentale. Si tratterebbe di un “choice feminism” del quale bisogna forse discutere in maniera approfondita. Ed è per questo che tutto ciò che ruota intorno alla GPA spesso scopre i nervi di una questione molto delicata e molto contraddittoria.



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