I nostri blog

Walt Disney. Una fiaba che non diventa realtà

staff
19 gennaio 2012

Quando pronunciamo il nome Walt Disney mediamente la nostra mente percorre a ritroso i molti anni ormai trascorsi, per fermarsi sui fotogrammi della nostra infanzia, che ci vedono ritratti sul divano, circondati da bambole, bambolotti, macchinine e Lego mentre, ipnotizzati, assistiamo al bacio che fa risvegliare la bella addormentata.

Quante di voi hanno sognato quel bacio dolce e salvifico? Quante, hanno immaginato, almeno una volta nella vita – e comunque dubito vi sia accaduto così raramente – di essere sottratte eroicamente dalle grinfie della  strega malefica, dal coraggio di un principe azzurro a cavallo? Non dovete rispondere. Sono domande retoriche. Ogni donna sogna entrambe le due cose almeno dalle tre, alle quattro volte al giorno. E altrettante volte, prova inevitabilmente un senso di delusione per la mancata realizzazione dei propri sogni. Questa è un’assoluta verità.

Immagino siate stanche di non ottenere quello che sperate dal vostro compagno. Siete stanche di veder i suoi comportamenti antitetici rispetto al codice del  perfetto principe. Avete invidiato Kate Middleton. Avete sognato l’uomo che vi fa calzare la scarpetta di cristallo, o di Roger Vivier. Perfetto: prendetevela con il caro e vecchio Walt. E’ lui la fonte di ogni vostra convinzione sui rapporti interpersonali. La colpa è solo sua. Lui ha attuato la rivoluzione copernicana della cinematografia d’animazione, costruendo un impero a spese di noi povere fanciulle cresciute a pane e Biancaneve: una poverina a servizio di sette nani, che le concedevano ospitalità in cambio di “aiuti domestici”. Praticamente quello che accade ancora tra molte coppie: l’uomo lavora, la donna bada alla casa. Un tacito accordo che con il tempo non è cambiato.

Non so se abbiate mai letto la vera storia di Biancaneve, ma c’è del macabro, del surreale e del rocambolesco. La strega cattiva chiede, come prova della morte della fanciulla, che le sia consegnato il suo cuore e il suo fegato, che lei mangerà con gusto. Biancaneve cade in uno stato di sonno perpetuo dopo aver assaggiato la mela avvelenata. Un principe, per caso – puro caso – passa di lì e vedendola nella teca se ne innamora e decide di portarsela al castello, giurando di amarla e venerarla per tutti i giorni della sua vita. Lui la vuole così. In stato di incoscienza. Zitta. Muta. Lobotomizzata. Il sogno di ogni uomo moderno. Lui si innamora di Biancaneve senza che lei abbia mai proferito parola.

Possiamo noi non trarne delle conclusioni? Volete anche voi convolare a giuste nozze con l’agognato principe? Basta poco. Tacete, rendetevi appetibili, non permettetevi di aver opinioni su nulla e avrete il vostro lieto fine. Se ce l’ha fatta la comatosa Biancaneve nel 1937, non vedo perché non dovremmo riuscirci noi, con tanto di estetiste e parrucchiere a seguito, pronte a renderci le principesse più belle del reame.

La verità è che Walt, non solo ha deciso di rendere il mondo partecipe della bellissima storia d’amore dei due giovani, ma l’ha anche trasformata e caramellata a dovere. Nulla di più stucchevole. La prima versione letteraria  è molto più cruda e realistica di quanto ci abbia fatto credere lui per decenni. La fanciulla non si risveglia grazie al bacio miracoloso del baldo giovane. Pare che nell’originale, un maldestro servitore del principe, nel trasportare la teca, la faccia cadere giù da una collina e che, scapicollandosi tra arbusti di varia natura, la giovane riesca ad espellere il boccone di mela avvelenata. L’happy ending comunque c’è, ma per lo meno i fratelli Grimm ci risparmiano inutili smancerie.

Siamo cresciute con il prototipo dell’uomo bello, con la folta chioma, ricco, dal sangue blu, premuroso, pronto a difendere il nostro onore e in stato di perpetua venerazione per noi giovani boccioli. Se ci fossero stati proposti modelli alla Homer Simpson probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Ci saremmo evitate molte ridicole speranze. Molti ridicoli sogni. Molte ridicole illusioni. Ma non sono, certo, qui per fare la parte della Grimilde malvagia, anche perché non penso mi convenga, considerando la fine alla quale è destinata.

Non posso dire che i principi non esistano. Ormai, dopo secoli di canzoncine, usignoli, passerotti, carrozze, vestiti da favola, zucche e scarpine di cristallo, certe convinzioni fanno  parte del nostro patrimonio genetico. Quindi evito di disilludervi completamente: IL VOSTRO PRINCIPE AZZURRO ESISTE, RINCHIUDETEVI IN UNA TECA E LUI PASSERA’. PRIMA O POI.

 

St.efania