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Yemen: il tramonto sui tetti di Sana’a

Carla Diamanti
3 maggio 2018

 

Un muretto basso su cui sedersi per contemplare uno spettacolo fatto di case di mattoni rossi decorate con un tratto bianco che le trasforma in merletti: quando torneremo a guardare Sana’a?

Le scale sembrano interminabili, gli scalini altissimi e imbiancati a calce, come le pareti. Ogni tanto un pianerottolo per riprendere fiato e sbirciare in una porta socchiusa. Tappeti verdi, finestre che trasmettono una luce colore dell’ambra come il vetro da cui filtrano i raggi del sole. Ogni volta che mi arrampico fin quassù penso a quelli che devono farlo trascinandosi una valigia. O piuttosto uno zaino, perché questa in realtà è la locanda che richiama più che altro viaggiatori che al confort preferiscono l’avventura. Mi sfugge un presente, ma il tempo più adatto per raccontare tutto questo sarebbe l’imperfetto: ancora non mi arrendo al passato remoto.

Quando finalmente la scala finisce comincia lo spettacolo. Un muretto basso su cui sedersi e guardare una cartolina fatta di case di mattoni rossi, tutte dello stesso colore, tutte definite da un tratto di bianco che le trasforma in merletti, seguendo morbido e armonioso i contorni delle finestre, quelli delle porte, le terrazze sui tetti come quella in cui mi trovo anche io. Chi viene a Sana’a lo sa, questo luogo è una delle tappe imperdibili. Queste scale sono da salire come un rito, sempre, ogni volta all’ora giusta, quella che precede la discesa inesorabile del sole. Ormai queste scale non vedono né valigie né zaini né tantomeno visitatori come me, che a ogni ritorno nello Yemen non potevo fare a meno di salire quassù per contemplare dall’alto il tramonto sui tetti di Sana’a.

Nel centro della città, dove i vicoli accolgono folle di uomini con turbante e pugnale rituale infilato nella cintura, dove le donne si confondono le une con le altre, distinguendosi soltanto per gli occhi che spuntano dal niqab, dove tonnellate di merci stanno stipate in minuscole botteghe, dove i venditori sembrano incastrati fra le loro mercanzie, dove ogni guancia ha un rigonfiamento pieno di qat che rinvigorisce e aiuta, dove il sole è implacabile come la polvere, dove gli orologi non sono mai arrivati, dove le anime si moltiplicano fra i colori delle donne nei villaggi di montagna, il verde delle palme al fondo delle gole, il blu dell’acqua nelle fontane comuni, il rosso dei tappeti su cui ci si siede per mangiare, nel centro di questa città che ha incantato chiunque l’abbia vista, batte un cuore rallentato dalla cronaca degli ultimi anni. Costretto al silenzio e all’isolamento, privo di voce, di arbitrio, di vita. Privo anche di noi. Che siamo privi di lui. Del cuore di Sana’a e di tutto lo Yemen. Questa è l’unica frase che vorrei presto scrivere al passato remoto.


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